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Cinema

25 maggio 2012

Tutti i Nostri Desideri: il cinema ai tempi della crisi secondo Philippe Lioret

marie_gillain

Lione. Claire (Marie Gillain) è un magistrato, madre di due figlie, e ha da poco preso casa col marito Cristophe (Yannick Renier). Le capita il caso di Céline (Amandine Dewasmes), debitrice insolvente con un istituto di credito, ma anche madre dei piccoli compagni dei figli di Claire. Il giudice porta il verdetto a favore di Céline, ma la sentenza avrà come unica conseguenza un ricorso in appello e una minaccia di sospensione per Claire stessa.
La donna scopre improvvisamente di avere un tumore che la porterà presto alla morte. Tiene la cosa segreta a tutti, e per cercare di aiutare Céline, che intanto ha perso anche la casa, si affida all’esperto Stéphan (Vincent Lindon), giudice attento alle cause dei più deboli, allenatore di una squadra di rugby, che tenterà di sfruttare dei cavilli legali per fare sua la sentenza d’appello.

Philippe Lioret continua lo studio dei grandi temi del presente, di argomenti che vanno ben oltre il territorio della sua Francia. Dopo l’immigrazione, ci racconta i tempi della crisi, dei debiti, della mancanza di lavoro, insieme al dramma personale di una donna. Lioret non cerca il grande affresco, non parla di manager di banca, di finanziarie o di scelte dei governi, ma sviluppa la sua storia sempre partendo da una prospettiva bassa, quella delle persone semplici: il regista racconta le realtà particolari, dove sono più evidenti le conseguenze delle sovrastrutture che dominano le nostre vite. E stavolta ci presenta le vicissitudini di un magistrato chiamato ai suoi doveri, a giudicare; ma la persona dietro la toga non può che schierarsi seguendo le sue idee, svestendosi di un’imparzialità che può abitare solo i codici di diritto.

Lioret però con Tutti i Nostri Desideri non raggiunge l’efficacia di Welcome. Da subito la storia si biforca: da una parte la causa, dunque le banche e lo spregiudicato uso di specchi per le allodole per elevare tassi insostenibili a debitori destinati a restare tali; dall’altro la malattia di Claire, la sua ostinata scelta di non curarsi e tenere il segreto con tutti.









Alla fine la sceneggiatura sembra leggermente sbilanciata verso il dramma personale, anche se la chiusura cerca la sublimazione delle due vicende, legate a filo doppio, con un messaggio di speranza assente nel film precedente.
Nei primi minuti, inoltre, Claire somiglia troppo a una calamita di eventi infausti, un po’ forzati; poi il film prende il suo respiro, e Lioret è bravo a creare la tensione nei punti giusti, a dosare i pochi momenti di leggerezza per rendere meno dura una storia che fa male. La regia, priva di virtuosismi, è riconoscibile per un linguaggio essenziale, che caratterizza molte nuove leve francesi; viene da pensare, ad esempio a Laurent Cantet.

Emmanuelle Courcol, che aveva affiancato Lioret alla stesura della sceneggiatura per Welcome, resta  questa volta da solo ad adattare il romanzo (ispirato a una storia vera) Vite che Non Sono la Mia, di Emmanuel Carrère, autore che ha trasposto per cinema e televisione molte opere di Georges Simenon.

Il vecchio fonico, passato con successo alla macchina da presa, continua una strada percorsa da pochi, priva di retorica, importante, perché parlare così fedelmente dei nostri tempi equivale a costruire uno specchio in cui osservarci e capire che direzione stiamo prendendo.

La prestazione di Marie Gillain è notevole; Lindon ha dichiarato in più occasioni di quanto si trovi a suo agio nei panni delle persone che lottano quotidianamente per diritti essenziali e che continuerà a scegliere ruoli del genere nelle future pellicole; con Tutti i Nostri Desideri si conferma interprete di grande spessore.

Colonna sonora di Fleming Nordkrog.

Una curiosità: Le Lou è realmente la squadra di rugby di Lione.

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