Solo ventiquattro anni fa è uscito Surfer rosa dei Pixies, band nata nel 1986 che ha dettato le coordinate sonore (e dis–sonore) dei marchi stilistici su cui si sarebbero mosse negli anni ’90 band come Nirvana e/o Radiohead. Sicuramente uno dei gruppi indie per eccellenza, conosciuto al grande pubblico per Where is my mind, contenuto nella colonna sonora di Fight club, e nel disco d’esordio ben cucinato con ingredienti punk–noise–garage, senza tempo di cottura, che ancora oggi mantiene dignitosamente testa ai grandi capolavori rock.
Ritmi ossessivi, chitarre distorte al limite del possibile, urla e melodia, alternanze strofa delicata e ipnotica – ritornello esplosivo, ne fanno un album impossibile da ascoltare a basso volume (dico sul serio, provateci e vi accorgerete di essere costantemente disturbati).
Da servire a volumi improbabili la demenziale Oh my golly!, galoppata punk priva di ritegno densa di stop e ripartenze, marchio di fabbrica che delinea anche Brick is red, traccia di una monotonia stravagante dettata dalle dissonanze della chitarra di Santiago che sin dalle prime note di Bone machine miagola irregolare nella propria tempistica, facendone un ingrediente prelibato persino in pezzi come Cactus, tanto monotono e lineare quanto stupefacente.
Nella retrospettiva degli sviluppi sonori negli anni a venire Surfer Rosa si mostra come un disco sempre buono da degustare, magari accompagnato da un buon chianti d’annata e carni di suino.
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