Brendon è un uomo ossessionato dal sesso. Appena ha un po’ di tempo a disposizione si masturba, chiama una escort, si sintonizza sui più disparati siti porno. Vive una vita apparentemente normale, ma in realtà è una macchina che reagisce a pochi impulsi. Lavora in un’azienda florida, e questo gli permette di appagare la sua sete quando e come gli pare. Poi all’improvviso arriva Sissy, sua sorella, ragazza impulsiva e tormentata che chiede asilo nel suo appartamento. La visita inaspettata mina la “routine” di Brandon, che va velocemente in crisi, anche perché fallisce quei pochi tentativi di trovare contatti nella sfera umana che vadano oltre un “freddissimo” rapporto sessuale.
Steve McQueen al suo secondo lungometraggio, dopo il bellissimo Hunger, cambia completamente soggetto, passando dall’Inghilterra tatcheriana alla New York odierna, da un combattente dell’Ira a un uomo schiavo del sesso (reale, virtuale e fai-da-te). Ancora una volta Michael Fassbender, che dà vita a un personaggio contorto, e riesce in una mimesi impressionante; un protagonista che non tutti avrebbero accettato di impersonare.
McQueen, prima del suo esordio cinematografico, vantava un lungo trascorso da video-artista, e il risultato è un linguaggio già distinto: si riconosce dalle inquadrature, dai tempi, il poco parlato, il tentativo di entrare nelle persone cercando la sola via dell’immagine; probabilmente anche per questo ha affermato di non potere fare a meno di questo sodalizio che lo lega all’attore tedesco-irlandese.
La sceneggiatura, scritta insieme ad Abi Morgan, restituisce la stessa crudezza di Hunger, che non è dunque solo visiva, ma riguarda la narrazione tutta: la storia di un uomo che vive in una città piena zeppa di gente, ma che non riesce a costruire legami con altri esseri umani; la chiusura e la regressione indotte dal virtuale, che spegne ogni tipo di immaginazione e manda in letargo le emozioni, costringendo Brendon ad andare sempre oltre per provare qualcosa di ancora intentato.
McQueen non fa un cinema come lo vuole il pubblico, non dà risposte: non spiega da dove vengono le cicatrici sulle braccia di Sissy, tantomeno quale sia l’origini delle pulsioni anormali di Brendon; ma questo non è il limite di una sceneggiatura scritta male, piuttosto la precisa volontà dell’autore e regista di lasciare qualcosa coperto, non svelato. E il finale va oltre, perché nella evoluzione che il personaggio affronta nel suo viaggio, non ci è dato di conoscere il capolinea, e non sappiamo se l’uomo continuerà le sue abitudini o cercherà un qualche tipo di normalità.
Non si può che apprezzare, accanto a Fassbender, Carey Mulligan, in una performance che restituisce tutta l’instabilità del personaggio femminile, una sorella fragile che a differenza di Brandon di amore, quello caldo, ne elargisce troppo.
Bellissimo il piano sequenza notturno con il protagonista che corre in solitaria, in una Grande Mela “illuminata” da Sean Bobbitt, che aveva diretto la fotografia anche in Hunger; altrettanto forti le numerose prospettive dall’alto delle grandi vetrate newyorkesi, che avranno affascinato non poco l’artista McQueen.
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