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Letteratura

5 luglio 2012

Scatole cinesi per una fiaba nera nell’oscura città di K.

agota_kristoff

K. Un’iniziale per una città qualsiasi in un posto e in tempi non meglio identificati, eppure abbastanza riconoscibili. Una città enigmatica al centro di tutta la vicenda di tre libri, dove sembra che tutto debba cominciare, accadere e finire.

Agota Kristof (nell’immagine sopra in un vecchio scatto), scrittrice ungherese emigrata in Svizzera nel 1956, all’indomani dell’invasione russa, non specifica mai dove e quando ci si trova, né tanto meno fa nomi, o meglio cognomi: un’impronta kafkiana per un intreccio che dell’autore boemo ha l’incedere, le ambientazioni, le atmosfere, i paradossi.

E’ il 1986 quando esce, in lingua francese, il primo libro di quella che sarà poi una trilogia: Il Grande Quaderno viene accolto subito benissimo da pubblico e critica e resta il capitolo migliore tra i tre, quello che fa gridare al capolavoro per linguaggio, trama e durezza per i temi trattati. Così dopo due anni segue La Prova a confermare la bontà del lavoro dell’autrice e nel 1991 è la volta de La Terza Menzogna a chiudere il cerchio.

In Italia l’editore Einaudi nel 1998 propone i tre racconti uniti in un unico romanzo, il titolo è emblematico e definitivo: Trilogia della Città di K., a indicare ed evidenziare che la vicenda ha come sfondo una anonima città che sembra tetra e cupa, eppure risulta bellissima per i protagonisti, un luogo in cui “il sole sta tramontando, il cielo assume colori, arancione, giallo, viola, rosso e altri colori per i quali non esistono le parole”.

“Un libro, per triste che sia, non può essere triste come una vita”.

Una frase che spiega molto, che può dare l’idea di cosa si può sentire a leggere le pagine dell’autrice ungherese: un’aura grigia e gelida, che mette i brividi, una voce atona e inespressiva, che sussurra senza emozione o inflessione, monocorde: così l’autrice sembra condurre e dispiegare i misteri sullo sfondo della tetra città di K.

“Il verbo amare non è un verbo sicuro, manca di precisione e di obiettività”. L’amore, la guerra e le sue atrocità, l’odio, la disperazione, la solitudine, il cinismo, la povertà: tutto ciò nelle tre parti di cui si compone e si divide il romanzo viene narrato attraverso il tempo, le vicende, le menzogne e le verità come in un complicato gioco di scatole cinesi. Al lettore il compito di ricomporre il mosaico, di mettere in ordine le tessere e di diradare la nebbia scura che avvolge tutto il libro.

“Farsi delle domande è ancora peggio che sapere tutto”, e di domande il lettore se ne pone molte man mano che l’intreccio si fa via via più oscuro e complicato: ogni cosa può significare il suo contrario, le menzogne si mescolano con la verità, e qual è la verità non è mai dato sapere per certo. La sensazione di mistero che aleggia sulle pagine della vicenda sono comuni alle tre parti di cui si compone, seppur distinte e separate, diverse per stile e registro narrativo, eppure una conseguenza dell’altra: una trilogia appunto.

Tre parti notevolmente diverse, anche per il ritmo, con la prima in forma di diario che si legge tutta d’un fiato, con periodi brevissimi e semplicissimi e vicende che subito appassionano, anche se non tutte di buon gusto e funzionali alla narrazione. La seconda, in cui la trama sembra distendersi in una direzione e la durezza e la crudezza dei temi del romanzo vengono fuori in tutto la loro gravosità e spietatezza. Nella terza parte, più intricata e complessa, è sul flusso di coscienza che si concentra il piano espositivo fondamentale: un flusso eterogeneo e multiforme che insieme al metodo narrativo multiplo dà all’opera un taglio più psicologico e drammatico (semmai ce ne fosse bisogno) e a tinte ancora più forti.

Con uno stile pulito, asciutto, semplice e diretto l’autrice tiene sempre sul filo della suspense, sull’orlo del baratro dell’emozione, che sia essa negativa o positiva.

Un’opera che suscita senza dubbio sentimenti che possono talora contrastare: passione o repulsione, piacere o noia, gioia o dolore, ma anche turbamento, emozione, inquietudine, smarrimento e commozione. Senza dubbio grandi qualità per un grande libro: forse difficile da leggere per i temi trattati e la sua durezza e negatività, ma dal grande potere emotivo.

” – Il dolore diminuisce, i ricordi si attenuano.

- Diminuire, attenuare, l’ho detto, sì, ma non svanire”.

 

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