Chiunque conosca Peppe Lanzetta saprà che gran parte delle storie da lui raccontate sono vere al cento percento. Personaggi struggenti e sbandati come il Carmine Santojanni di Tropico di Napoli o la Rossa di Un Messico Napoletano altro non sono che meteore, apparizioni fugaci, “anime perdute” incontrate per le strade di periferia, di cui l’autore ha ricostruito il passato e le vicende intime. La narrativa di Lanzetta si fonda sulla realtà: anzi, su quel margine sottilissimo che separa la realtà osservata con gli occhi da quella vissuta in prima persona. Ma non si tratta di mera cronaca o magari di neorealismo fuori tempo massimo: la personalità forte dell’autore interviene infatti a combinare, sfoltire, stilizzare le storie dei suoi personaggi, fino a renderle “nude” e in qualche modo universali. Il boss camorrista Vincent Profumo, protagonista del precedente romanzo InferNapoli, appare ad esempio come un antieroe tragico catapultato all’improvviso dalla Grecia classica alla nostra contemporaneità. E lo stesso dicasi per i personaggi di molti altri racconti, la cui umanità lacerante, ma anche spassosamente carnale, spesso ti resta dentro come un ricordo d’infanzia sepolto nella memoria.
Ma che dire quando il protagonista di una di queste storie è lo stesso autore? E che dire quando la sua biografia è così ricca di aneddoti e situazioni da sembrare, essa sì, intimamente letteraria? In Pane e Peperoni (Ad est dell’equatore, pagg. 142) Lanzetta risponde a questi quesiti a suo modo, rievocando circa un quarantennio di attività artistica. Ed è decisamente “una vita on the road” (come recita il sottotitolo) quella che viene raccontata: una vita iniziata con l’idea del “posto fisso” in banca, presto rifiutato per inseguire il sogno di una carriera sui palcoscenici o davanti alla macchina da presa.
Se il primo amore di Lanzetta è indubbiamente il cabaret, ben presto le occasioni e le congiunture anche inattese determinano svolte improvvise nella sua carriera. Come ad esempio il giorno in cui partecipò per la prima volta al Maurizio Costanzo Show, dopo oltre cinque anni di attesa, ma fu inizialmente quasi liquidato su due piedi dal conduttore: «Mi dissi che forse ci voleva una trovata. E, rubandomi letteralmente lo spazio, mi inventai la storia che a Napoli ero il presidente del club degli scannati… che il nostro motto era “30/60/90, voglio una vita postdatata”. Lui impazzì. Tant’è che a distanza di una settimana ero di nuovo lì».
I brevi capitoli di quest’autobiografia incalzano come fotogrammi di un film in cui non mancano sofferenza, esaltazione, grinta, sfortuna e soprattutto una serie di incontri che si riveleranno cruciali nel percorso dell’autore: da quello con James Senese a quello con il regista Abel Ferrara (che un giorno si presentò al Lido Elena di Posillipo con le scarpe sotto il braccio), da una serata trascorsa con Fabrizio De André a casa di Clemente Mastella («Ognuno ha i suoi scheletri. Ma l’episodio merita») a quella con Mia Martini, da Nino D’Angelo a Leo De Berardinis… Senza dimenticare ovviamente gli incontri virtuali con gli autori che più lo segneranno nell’apprendistato di scrittore.
Pane e Peperoni è un libro sincero, diretto, in cui Lanzetta schiva il rischio comune a molte autobiografie – quello di idealizzarsi come personaggi – e sceglie di mettersi a nudo con una voce che ha un sapore ancora fresco, pieno di entusiasmo giovanile. Una voce che non ha paura di mostrare anche le ferite e le sconfitte: è la voce di chi sa quanto sia difficile il cammino di scrittore, eppure decide di affrontarlo lo stesso. Con grinta e, magari, anche con un pizzico di incoscienza: «Per il resto occhi sbarrati e culo in faccia al muro. Sempre. Tanto un po’ di pane e peperoni non mancherà mai».
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