Girare un corto non è una passeggiata. Non si ha il tempo di un lungometraggio, c’è solo una manciata di minuti. Occorre usare un linguaggio immediato, concentrare il racconto nella maniera più densa possibile. Quando i minuti a disposizione sono solo tre la cosa si complica. Quando il corto deve anche essere documentario la difficoltà cresce ulteriormente. Se a tutto questo si aggiunge che l’oggetto della ricerca è Napoli, allora l’impresa diventa ardua.
Lo scopo di Napoli 24 era proprio questo: lunedì 14 maggio, in occasione della prima napoletana, Nicola Giuliano, produttore del film, accompagnato dai registi dei corti, lo ha spiegato alla platea gremita del cinema Modernissimo. Il presidente di Indigo Film, prima di lasciare la parola alle immagini, ha parlato di una genesi iniziata due anni fa, dunque lunga e complicata dall’abbandono del progetto da parte degli iniziali sostenitori, ma fortunatamente conclusasi con l’uscita nelle sale.
I vicoli stretti e sporchi agli occhi di una bambina; un maiale che si ciba di scarti lungo una strada piena di rifiuti; il matrimonio in una comunità rom; Rosy Rox che “espone” al Madre, giovani spacciatori nelle vie del centro, un plotone di neoborbonici a piazza del Plebiscito, la Gajola, il sangue di San Gennaro che si scioglie, i 100 anni di un napoletano, i loculi negati al cimitero di Poggioreale, e tanto altro ancora.
Un lavoro che parte dal binario giusto, perché, come ha ribadito Giuliano, non c’è mai stata l’idea di ricreare una visione edulcorata di Napoli. Sì, perché questa città che vive da sempre di contrasti, anche quando viene rappresentata, non riesce ad essere vista se non da poli opposti: troppo spesso o è la Napoli della camorra, quella povera dove le persone vivono ancora ai bipiani a Ponticelli e la gente viene ammazzata per strada, o è quella pizza e mandolino.
Napoli 24 riesce innanzitutto perché esplora la zona grigia e sonda tanti volti, tante anime di questo magma ostico a una lettura unitaria. E i tanti frammenti che compongono il lavoro non hanno una direzione unica, poiché nascono dalle esperienze diverse di ogni singolo autore, ognuno bravo nel restare ai margini del proprio racconto.
Forse un uso maggiore del parlato avrebbe arricchito alcuni segmenti, data la grande carica comunicativa che conserva la lingua napoletana (Poggioreale di Daria D’Antonio e La base di Mario Spada trovano un punto di forza proprio nel dialetto), ma evidentemente molti dei filmakers hanno ritenuto giusto lasciare la parola alle sole immagini.
Una visione piacevole, che scorre veloce, grazie alla breve durata di ogni racconto e soprattutto a un lavoro di montaggio che non crea stacchi, senza titoli o interruzioni: un flusso unico, reso ancora più armonioso da una colonna sonora che fa da collante e spesso sconfina tra un corto e un altro.
Se qualche lavoro risulta meno riuscito, altri spingono più sulla fiction che sul documentario, come My Madre di Nicolangelo Gelormini, divertente e acuto. C’è chi ha esplorato la disperazione della gente, chi la religiosità che sfocia nella superstizione; ci sono personaggi arcinoti ai napoletani, come il proprietario di Nennella (storica trattoria dei Quartieri Spagnoli), e altri più nell’ombra, come La Principessa di Sorrentino o La Santa di Andrej Longo.
Assenze significative rispetto all’ampio raggio coperto dal film sono quelle di Chiaia, o del Vomero. E non per una questione geografica, ma perché una fotografia della Napoli bene avrebbe allargato ulteriormente quella lunga serie di contrasti di cui la città è piena.
Ad ogni modo, Napoli 24 è un esperimento positivo, che restituisce alla città tutta la sua frammentarietà.
(da ilvaglio.it)
Clicca qui per il trailer e l’intervista a Mario Spada
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