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Il bello o il brutto (mera questione di punti di vista) della musica indie è la sua straordinaria capacità di sintesi di stili, sonorità, tendenze ed influenze. Con gli Amelie Tritesse, il genere approda a una nuova ulteriore dimensione trasferendosi idealmente in sala lettura. Lontano da mode metropolitane o velleità di ribellione generazionale, l’elettrofolk di Manuel Graziani, Giustino Di Gregorio, Paolo Marini e Stefano Di Gregorio ha più un carattere fumettistico.

Le dieci tracce che compongono Cazzo Ne Sapete Voi del Rock’n’Roll, disco + libro d’esordio degli Amelie Tritesse, sembrano un pò le avventure di Charlie Brown; ogni canzone è un racconto, una striscia dalla provincia italiana. Se è vero che la lezione è quella dei Massimo Volume, degli OfflagaDiscoPax o, perché no, anche dei CCCP, Cazzo Ne Sapete Voi Del Rock’n’Roll ha una sua intrinseca e peculiare originalità: i diversi generi musicali sono al servizio delle diverse storie narrate. Così, il semi punk di Cazzo Ne Sapete Voi Del Rock’n’Roll, ballate come At The Door, Biciclette, La Sudarella o Una Ballata Per Jeffrey Lee e le atmosfere elettroniche di Liverpool Pub o Oplà raccontano di cazzeggi in macchina, di incontri più o meno graditi al pub, di nonni che bestemmiano o di nostalgia ma, sempre con ironia e divertimento.



Nessun disagio generazionale, dunque, nessun titolo cervellotico con false pretese intellettuali né, per fortuna, sfigati scimmiottamenti dei Baustelle; quello degli Amelie Tritesse è un indie rock che come un libro o ti prende o risulta indigesto dopo poche pagine. Narrare in musica è, però, un gioco di equilibrio: senza il giusto compromesso tra l’essere alternativi a tutti i costi e volontà di sperimentazione si rischia una fragorosa caduta.
Ad eccezione di qualche pezzo, specialmente quelli di musica elettronica, il lavoro dei quattro ragazzi teramani risulta interessante e mette in mostra un buon potenziale creativo-compositivo con alla base, però, un difetto più o meno grande (altra mera questione di punti di vista): è un album che per mettere a fuoco la miriade di immagini suggerite dai racconti va ascoltato più volte ed a piccole “dosi”, così da evitare di perdersi tra le storie e che il troppo parlato inevitabilmente stanchi.

Aspettando altre piccole storie di provincia, agli Amelie Tritesse porgiamo l’augurio che potrebbe estendersi a migliaia di altri gruppi che sperano nel grande salto: quello di riuscire a far emergere le proprie idee ed il proprio lavoro dalle densissime nebbie del panorama musicale italiano.

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Dino C.