Un ragazzo (Giulio Beranek) di un quartiere degradato di Taranto cerca di entrare nel mondo dei grandi dalla porta sbagliata della delinquenza; ha fegato, ma presto capirà che la sua unica possibilità è la fuga. Una storia di ragazzi di vita ambientata in una delle terre d’Italia su cui le telecamere si posano raramente, salvo che non si parli di pizziche e bandiere blu.
Ma il tentativo di De Robilant e degli sceneggiatori di dare voce a quartieri e persone abbandonate a sé stesse si risolve in una storia banale, in una scrittura confusa e irrazionale. I miasmi letali dell’Ilva, il degrado delle borgate sono in bella vista, ma nessuno si prende la briga di raccontarle, sono cartoline, ovviamente del peggio che può offrire il posto, messe una dietro l’altra.
Ai personaggi tocca più o meno la stessa sorte: burattini, modelli prestampati visti e rivisti che non vivono di vita propria, si muovono senza logica, usati dagli autori per seguire la trama. Un padre paladino della giustizia operaia che perde il lavoro, dimentica la famiglia, diventa un maniaco del videopoker, ma poi ricorda di avere moglie e figli, e per avere una casa più dignitosa si mette sotto l’ala protettiva del giovane capozona che ha messo il figlio nei guai; una madre forte che si oppone fisicamente all’istallazione di un’antenna vicino a una scuola, ma oltre qualche ramanzina non fa niente di concreto per raddrizzare il figlio; una docente che fa leggere Conrad all’allievo che a stento sa parlare italiano; il classico educatore (Giorgio Colangeli) pronto a mostrare la retta via a un ragazzo che in fondo è buono; un protagonista che cambia idea ogni cinque minuti, ciecamente convinto di volere tutto e subito, ma che poi capisce di dover fuggire con la ragazza – dove? con quali mezzi? – perché il male ha inghiottito tutto.
“Gomorra tarantina”, come l’ha chiamato una parte della critica, è una descrizione lontana dal vuoto simulacro che ci troviamo sotto gli occhi, distante anni luce dalla narrazione a grado zero che Garrone ci ha regalato dei quartieri a nord di Napoli e del casertano; molti hanno raccontato il male, e chi l’ha fatto meglio evidentemente lo conosceva bene, insieme ai luoghi dove esso regnava: a questo lavoro mancano entrambi i presupposti.
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