Una morte sospetta, o tragica, o teatrale. Fatto sta che il caffè al cianuro che stroncò Michele Sindona nel carcere di Voghera, il 22 marzo 1986, ricordò a tanti italiani quello altrettanto famoso che nel febbraio del ’54 uccise a Palermo Gaspare Pisciotta, depositario di segreti troppo importanti, come la morte di Salvatore Giuliano e la verità sulla strage di Portella della Ginestra.
Il Caffè di Sindona è un saggio/inchiesta di chi i fatti li ha seguiti da vicino: Giuliano Turone guidò l’inchiesta su Sindona e sull’omicidio Ambrosoli, e nel corso delle indagini condotte insieme a Gherardo Colombo, scoprì gli elenchi della P2; Gianni Simoni, anch’egli magistrato, ricopriva la carica di pubblico ministero nel processo d’appello per il già citato assassinio dell’”eroe borghese”, liquidatore della Banca privata italiana di Sindona.
Una ricostruzione parziale dei fatti che non si sofferma sulle modalità ancora ignote di come e da chi sia stato introdotto il veleno nella cella del banchiere, quanto di dimostrare che con la morte del braccio destro del “bandito a stelle e strisce” Guliano, in realtà la morte di Sindona ha molto poco in comune.
La tesi di fondo infatti, supportata da un’analisi essenziale della psicologia di Sindona attraverso documenti, verbali e lettere personali, è che in realtà non si deve parlare di omicidio, ma di suicidio. E che il “mi hanno avvelenato” urlato agli agenti mentre usciva dal bagno, non siano altro che l’ultimo colpo di coda di un grandissimo attore, vittimista raro, quasi capace di credere alle sue stesse bugie.
Nessun mandante dunque, nessuna analogia con il finto, quello sì, suicidio di Roberto Calvi, impiccato sotto il Blackfriars bridge di Londra; Simoni e Turone, anche agli occhi di uno scettico complottista, risultano molto convincenti, perché mettono in luce tutti i precedenti di questa “teatralità”, partendo dal finto rapimento del ’79, quando Sindona, già pressato dalla giustizia statunitense, inscenò un sequestro da parte di un gruppo eversivo proletario: si recò invece a Palermo, ospite di Giacomo Vitale, cognato dell’allora capo della mafia Stefano Bontade, e per dare più credibilità alla messinscena, si fece anche sparare a una gamba.
E ancora le bugie alla giustizia italiana, le telefonate minatorie, i ricatti, le lettere inviate a Montanelli, Scalfari, Biagi, Ravelli, dove asscicura di aver fornito preziose informazioni per contrastare la mafia alla President’s commission on organized crime.
Un testo utile, destinato a chi vuole conoscere e sbrogliare la voluminosa matassa di falsità, depistaggi ed enigmi che precludono la possibilità di scrivere una limpida storia d’Italia degli ultimi sessanta anni.
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