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	<description>Rassegna indipendente di cinema, musica, letteratura ed arte</description>
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		<title>Il quinto potere e la sconfitta di Pinochet: &#8216;No&#8217;, di Pablo Larraín</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 23:34:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>A. P.</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>1988. René (<strong>Gael Garcia Bernal</strong>) lavora in tv, è uno dei nomi più in vista nel settore pubblicitario, in un Cile chiamato a una scelta determinante per il suo futuro: le pressioni internazionali hanno obbligato Pinochet e la sua Junta, insidiatasi nel &#8217;73 con un golpe militare, a indire un referendum: chi voterà &#8216;sì&#8217; lascerà il generale al governo, mentre il &#8216;no&#8217; sancirà l’inizio di un nuovo corso, mettendo fine a un periodo parco di diritti, informazione e giustizia. René viene contattato dagli esponenti delle forze politiche di opposizione per organizzare la campagna a favore del &#8216;no&#8217;. Inizialmente il giovane tentenna: il suo capo in tv è legato a filo doppio col ministero che controlla capillarmente i programmi televisivi. Ma René ha anche un rapporto conflittuale con Veronica, che gli ha dato un figlio, dissidente più volte arrestata durante le proteste in strada, puntualmente represse dalla polizia. Alla fine accetterà l&#8217;incarico, e per questo subirà le pressioni e le minacce degli aguzzini del governo.</p>
<p><em><strong>No &#8211; I Giorni dell’Arcobaleno</strong></em>, racconta un momento di svolta nella vita di un paese sud-americano caduto nelle mani dei militari, dopo un colpo di stato finanziato e sostenuto dalla Cia. L&#8217;assedio del Palacio de la Moneda dell&#8217;11 settembre &#8217;73 causò la morte &#8211; ancora oggi si dibatte sull’omicidio/suicidio – del leader socialista Salvador Allende, che il consenso del popolo lo aveva ottenuto democraticamente.</p>
<p>Il regista, <strong>Pablo Larraín</strong>, incentra la narrazione esclusivamente sul mezzo che &#8211; seguendo la sua ricostruzione &#8211; fu determinante per togliere il potere a Pinochet: uno sketch pubblicitario di 15 minuti, trasmesso a più riprese nelle settimane precedenti il voto, in una fascia oraria che avrebbe garantito uno share molto basso; alla messa in onda dello spot per il &#8216;no&#8217;, facevano seguito i 15 minuti curati dagli uomini di Stato, che si concedevano visioni in anteprima dei video degli avversari o molto arbitrariamente ne censuravano i passaggi che più li metteva in difficoltà.</p>
<p>La Storia preclude la suspance al pubblico informato, il &#8216;no&#8217; vinse. La strada di Pinochet si interruppe in quel 1988, senza per questo restituire i desaparecidos alle famiglie, le manganellate ai dissidenti, la libertà di espressioni a chi fino ad allora era stato censurato.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-10483" href="http://www.indie-blog.com/il-quinto-potere-e-la-sconfitta-di-pinochet-no-di-pablo-larrain/locandina-9/"><img class="alignnone size-medium wp-image-10483" title="locandina" src="http://www.indie-blog.com/wp-content/uploads/locandina7-209x300.jpg" alt="" width="209" height="300" /></a></p>
<p>Il messaggio di Larraín è duro da digerire: la maggioranza ottenuta nel referendum non fu espressione di un popolo realmente stanco, dotato dei mezzi cognitivi per decidere da solo di mettere fine a un periodo di soprusi e violenza. Per spingere i cileni a barrare la casella giusta nell’urna, è stato necessario chiamare un pubblicitario, che nel girare i 15 minuti di filmato ha semplicemente adottato gli schemi classici del suo mestiere. Una delle scene più interessanti ritrae lo scontro tra René e una delle guide dell&#8217;opposizione &#8211; nella realtà in prima fila c&#8217;erano <strong>Juan Gabriel Valdes</strong> e <strong>Genaro Arriagada, </strong>il primo socialista, l&#8217;altro democristiano - che resta smarrito e indignato alla visione di una prima demo dello spot: sullo schermo si alternano personaggi sorridenti e ballerine, accompagnati da un jingle azzeccato e un arcobaleno, poi divenuto simbolo del &#8216;no&#8217;. Niente spazio ai desaparecidos, niente sguardi tristi, nessuna scena di repressioni della polizia. René resta a sua volta spiazzato, perché conosce bene la strada sulla quale condurre i cittadini/spettatori: sorrisi e allegria, messaggi positivi e uno slogan facile da memorizzare e canticchiare; sebbene furono inserite, nelle successive messe in onda, anche testimonianze delle madri di uomini e donne scomparsi nel nulla.</p>
<p>Le critiche a Larraín sono arrivate proprio da quei politici che lavorarono nel comitato del &#8216;no&#8217;: Genaro Arriagada, pur riconoscendo la ricostruzione affidabile, calata nel contesto e nel clima di quei giorni &#8211; parafrasando una frase cara al protagonista del film &#8211; , non ha accettato il valore preponderante attribuito allo spot pubblicitario, rispetto al processo di lotta e di costruzione di una coscienza comune che, in accordo con Valdes e dei politici degli altri partiti, aveva contribuito a costruire non in poche settimane, ma in trent&#8217;anni.</p>
<p>Ad ogni modo il peso non secondario del quinto potere è indiscutibile: a 25 anni dai fatti narrati, per restare alla nostra realtà, la  stragrande maggioranza della popolazione si informa e plasma la sua idea politica affidandosi quasi esclusivamente al piccolo schermo: nonostante internet e la possibilità di attingere a un numero sterminato di informazioni &#8211; ammesso che si abbia la capacità di filtrarle &#8211; percentuali predominanti di italiani preferiscono formarsi attraverso i filtri dei tg e dei talk show dei palinsesti televisivi.</p>
<p>Il regista, insieme al direttore della fotografia <strong>Sergio Armstrong, </strong>decide di farci vivere quei momenti quasi stessimo assistendo a un documentario o una trasmissione televisiva in onda negli &#8217;80. Sullo schermo del cinema si staglia un 4:3 che somiglia qualitativamente a un vhs, ripreso da un operatore alle prime armi: le inquadrature, quasi mai dritte, riprendono spesso i protagonisti in controluce e l&#8217;immagine è poco incisa. Al girato si alternano numerose scene di repertorio, comprese le testimonianze pro &#8216;no&#8217; di <strong>Richard Dreyfuss</strong>, <strong>Jane Fonda</strong> e <strong>Christopher Reeve</strong>. Ma la sceltase da un lato facilita l’immersione dello spettatore nella realtà narrata, per le quasi due ore di pellicola risulta particolarmente urticante e difficilmente sostenibile.</p>
<p>Per non dire della versione distribuita in Italia che presenta uno scandaloso e ancor più fastidioso fuori sincrono in diversi dialoghi.</p>
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		<title>Anni 70, anni di sogno e lotta&#8230; armata: intervista al prof. Sergio Moccia [II parte]</title>
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		<pubDate>Sun, 12 May 2013 22:53:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romanov</dc:creator>
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		<description><![CDATA[continua dalla prima parte Riscoperta quotidiana delle contraddizioni: ricordo una conferenza dove lei portò un violento attacco agli OPG, contro questo residuo preistorico. Una follia. Ecco Basaglia, un altro prodotto storico del ’68. Ora cercheremo di portare i suoi allievi in università. Marco Cavallo, questo simbolo, questo cavallo immenso… non so se lei ha visto [...]


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<li><a href='http://www.indie-blog.com/la-resa-dei-conti-sergio-sollima-1967/' rel='bookmark' title='La Resa dei Conti &#8211; Sergio Sollima &#8211; 1967'>La Resa dei Conti &#8211; Sergio Sollima &#8211; 1967</a></li>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>continua dalla <a href="http://www.indie-blog.com/anni-70-anni-di-sogno-e-lotta-armata-intervista-al-prof-sergio-moccia/">prima parte</a></em></p>
<p><strong>Riscoperta quotidiana delle contraddizioni: ricordo una conferenza dove lei portò un violento attacco agli OPG, contro questo residuo preistorico.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong>Una follia. Ecco Basaglia, un altro prodotto storico del ’68. Ora cercheremo di portare i suoi allievi in università. Marco Cavallo, questo simbolo, questo cavallo immenso… non so se lei ha visto quel bel filmato che hanno trasmesso anche in tv: volevano aprire le porte del manicomio di Trieste, avevano costruito questo cavallo che esiste ancora, ma erano spaventati perché nessuno usciva da quel portone. Ma uno dei matti &#8211; questa è una parolaccia &#8211; dice “rompiamo il muro” . Uscirono e invasero Trieste. Liberazione che comportava non l’adesione ad un modello ma l’accettazione per quello che si è.</p>
<p>L’insegnamento splendido di Basaglia fu quello di non voler contrastare una malattia, ma di voler guardare al malato con occhi paritari. E’ lui che dobbiamo accettare così com’è. Questo vale per tutti i rapporti sociali. Non un livello puramente astratto ma concreto. Sono stato a Trieste; quando le cose si vivono, le lezioni si apprendono meglio perché le cose si percepiscono con lo stomaco, che è quell’organo che confina con il cuore e non con la testa, che ha bisogno di molte mediazioni. Vado a vedere una di queste strutture essendo molto amico degli allievi di Basaglia, e trovo uno spazio aperto: chiunque ha un disagio può entrare, dormire, ecc. Arrivo al mattino, e incontro una signora sulla sessantina. Doveva essere stata una bellissima ragazza, portava una minigonna e i capelli corti, nel mondo degli schemi formali sarebbe stata oggetto di violenza verbale, del tipo “ma guarda sta vecchia”. Peppe Dell’Acqua, uno degli allievi di Basaglia, la saluta: “Ciao Nadia, come stai?”. “Ciao Peppe tutto bene, grazie”. “Ti voglio presentare un amico, un professore di Napoli”. Ci presentammo e  dopo qualche minuto di silenzio lei mi chiese: “E’ la prima volta qui a Trieste? Le piace Joyce?”. Rispondo di sì e  lei subito: “E il Joyce quello italiano,Italo Svevo, le consiglio di andare in quella birreria dove Joyce e Svevo si incontravano e insieme progettarono di lavorare …”.</p>
<p>Questa persona mi ha donato dei regali bellissimi che non si trovano in nessuna guida turistica. E’ stata una persona meravigliosa, delicatissima che forse aveva solo il vezzo di credere di essere ancora giovane.</p>
<p>Ma di cosa parliamo? Cosa può fregarmene di come va vestita la gente. Accettazione della diversità, questo è un regalo del ’68. Basaglia dimostrò che sono molto più pericolosi i normali. Io non capisco come sia possibile la coesistenza tra una legge che guardi il malato che lo integri nella collettività, e l’esistenza di campi di segregazione come gli OPG. Mi si risponde: “Ma loro hanno commesso dei reati!”. Benissimo, ma chiuderli in lager imbottirli di psicofarmaci, letti di contenzione, significa aggravare quella condizione. L’altro aspetto grave degli OPG è che si può entrare anche in esecuzione provvisoria,  per reati come il danneggiamento..in condizione di normale procedura e per un incensurato si potrebbe avere una sospensione condizionale della pena. Ma io ho conosciuto due uomini che sono da vent’anni dentro, perché definiti “pericolosi”. Ovviamente nessuno li vuole, famiglia compresa. Gli avvocati se ne fottono, e loro per aver rotto qualcosa sono chiusi in quelle segrete.</p>
<p><strong>A proposito di follia, un’esperienza personale mi portò ad approfondire questo tema. Il testo <em>Nascita della follia in età classica</em> di Foucault mi aprì gli occhi, perché capii che la follia è un prodotto artificiale della storia, non uno stato biologico della psiche. Fu questa critica a fare luce sulle gabbie che sono dentro di noi, più forti di quelle esteriori.  A teatro, nelle librerie, sugli autobus, nei cinema. È  difficile trovarvi un uomo che sia affetto dalla sindrome di down. Uomini liberi, ma che per esigenze di normalizzazione sono esclusi. Come possiamo rompere queste sbarre?</strong></p>
<p>Abbandonando l’idea di produttività, di profitto. Questi rendono meno, non sono adatti. Ecco il cambio di ideologia: non abbiamo bisogno di normalizzare. Se l’uomo è un consumatore e deve produrre secondo parametri economici chi non rientra in questi parametri rappresenta un costo economico, come gli anziani.<br />
<strong><br />
Anziani. In alcuni paesini della mia provincia (Benevento <em>ndr</em>), ad esempio, regna ancora un forte patriarcato contadino. A volte si possono incontrare donne sfregiate in volto per adulterio, ma in quelle stesse comunità gli anziani rappresentano ancora una ricchezza viva. Allora penso alla dialettica marxista: negando le contraddizioni del presente, tramite un processo rivoluzionario, possiamo riappropriarci di alcune categorie, che appartengono ai vecchi rapporti, nella sintesi futura. Sembra che nelle sfumature si ritrovi il vero.<br />
</strong><br />
Nei dettagli si nasconde il diavolo! Assolutamente sì. E’ molto più civile, rispetto al disagio mentale, la realtà del piccolo centro. Pensi alla figura dello scemo del villaggio, accolto da tutti perché la comunità lo riconosce e si riconosce, non lo elimina come scarto o come rifiuto.</p>
<p><strong>Mi vengono in mente alcune tribù del Nord America. La loro capacità di affidare un ruolo di guida a coloro che conoscono bene i nodi della mente perché li vivono o li hanno vissuti, perché questo rappresenta un ricchezza collettiva che va condivisa, trasmessa.</strong></p>
<p>Rispetto a quel genocidio perpetrato ad opera di spagnoli e gesuiti in Sud America… di recente mi hanno invitato a fare qualche seminario lì e ho conosciuto anche colleghi che non si fanno chiamare indios, ma maya o aztechi. In alcune tribù non esisteva la punizione, ma era la comunità che si interrogava su come avesse potuto fallire la socializzazione di quella persona che commetteva reato. Quindi era una presa di coscienza collettiva, e loro tra i modelli proponevano proprio questo. Mi affascinò moltissimo.<br />
Il problema rispetto al diritto penale è che quei modelli venivano vissuti da piccoli centri autonomi. Oggi è difficile, con la sovranità statuale, immaginare che un omicidio venga gestito dalla comunità ed un altro a venti chilometri di distanza venga disciplinato con vent’anni di reclusione. Però è un’idea splendida: la corresponsabilità tra il reo e la collettività.</p>
<p>Per questo penso anche al nostro contesto, ad ambienti come il pubblico impiego, a strutture scolastiche universitarie dove vengano gestiti all’interno fatti di devianza. Cose che attraverso ricerche ho ritrovate in grandi paesi dell’Africa. Lì c’è ancora quest’idea dell’assunzione della responsabilità, penso ai tribunali della riconciliazione in Sud Africa. Penso che l’idea di fondo possa funzionare al di là di una eteronomia che deriva da leggi.</p>
<p>Oggi le leggi che fanno sono pietose, l’unica soluzione sembra essere l’inasprimento delle pene; a ma non piace assolutamente il codice Rocco, ma tutto possiamo dire purché sia lassista sotto il profilo sanzionatorio. Significa non voler affrontare i problemi.<br />
Il legislatore pensa a voler mostrare i muscoli: costruisco un nuovo reato, una nuova pena. E le cose restano perfettamente uguali.</p>
<p><strong>Con l’infittirsi delle contraddizioni sembra che aumenti il “terrorismo di stato”. Ho sempre pensato che le leggi sul controllo dei flussi di immigrati servono a sfruttare la mano d’opera a nero.</strong></p>
<p>Mi trova perfettamente d’accordo. Lo stesso avviene per il controllo degli stupefacenti. Tutte le stangate che ogni tanto gli Usa infliggono alla Colombia servono per mantenere stabile il controllo del narcotraffico. C’è un fazzoletto di terra nella Colombia centrale grande come la Svizzera dove si produce la coca e la si lavora; gli Stati Uniti passano una barca di milioni alla Colombia per contrastare quest’economia, ma parliamo di un paese come gli Stati Uniti capace di mettere in atto un bombardamento chirurgico al palazzo della televisione a Belgrado, che ha usato Napalm per distruggere il Vietnam: in sei ore quel territorio potrebbero non solo ispezionarlo ma distruggerlo interamente. Invece no, serve qualche operazione per mantenere alcuni equilibri in quel mercato. I narcodollari sono una parte rilevante della finanza globalizzata, se si eliminano crolla il sistema finanziario occidentale… e non sarebbe un gran male (accenno di sorriso).</p>
<p>Rispetto al problema della droga il proibizionismo non ha risolto nulla. Nel frattempo le mafie hanno rendimenti del 600%. Sa che significa? Sono imprendibili. Liberalizzando le droghe si darebbe una stangata mortale alle mafie e si eliminerebbe la microcriminalità: l’80% di coloro che la compongono sono tossici che campano di piccoli furti quotidiani.</p>
<p>Ma tutto questo eliminerebbe i pacchetti sicurezza che fanno sempre comodo quando c’è casino: “Facciamo un pacchetto e tranquillizziamo un po’ di persone”. Una cosa così semplice quando tocchi alcuni interessi diviene impensabile.<br />
<strong><br />
Professore quando venni qui per la prima volta le chiesi se avesse voglia di parlarmi degli anni della lotta armata. Mi rispose che doveva rifletterci, perché era un argomento che toccava ricordi importanti. Durante una conferenza di storia antica fece un brevissimo cenno all’esperienza di difesa degli indifendibili, coloro che rifiutano ogni difesa dell’ordine costituito perché prigionieri politici. Come ci si rapporta ad un prigioniero politico?</strong></p>
<p>E’ molto difficile. E’ difficile. Ma il nostro ordinamento con l’articolo 24 non prevede l’auto difesa, quindi… è difficile.</p>
<p><strong>Torniamo agli OPG. Tra i primi obiettivi dei Nap ci fu l’Opg di Aversa, in quella breve epifania napoletana.  pensavo all’utilizzo del farmaco, come strumento di repressione, e quindi alla possibilità che questo sostituisca questi dinosauri della repressione una volta chiusi. Come possiamo impedire questo risultato?</strong></p>
<p>La risposta è sempre quella di una concretizzazione di una praxis reale dei diritti dell’uomo.<br />
Sul piano tecnico io non sono per una demonizzazione. Anche il farmaco può essere utile, ma attenzione, negli OPG attualmente vengono eseguiti dei veri e propri omicidi, vengono somministrati trattamenti anche dieci volte superiori al massimo consentito, comportando &#8211; mi spiegava il prof. Dell’Acqua  - un infarto intestinale che porta alla morte. C’è prima bisogno di chi riesca ad ascoltare “il malato”, e poi può subentrare il farmaco.</p>
<p>Pensavo a quella struttura di Trieste e al suo costo che poteva forse rendere impossibile l’estensione di quel modello. Mi risposero che rispetto alle strutture dove i pazienti vengono lobotomizzati con farmaci resi dei vegetali il costo è dimezzato. Si risparmia! Allora ci sono le pratiche buone; tutto va gestito mettendo al centro l’uomo.</p>
<p><strong>Anche rispetto al carcere leggevo alcune testimonianze di indiani del Nord America si stupivano di come potesse esistere una sanzione simile. Loro che ammazzavano il bisonte con le frecce non riuscivano a mettere neanche i cavalli dietro i recinti</strong></p>
<p>(accennando un sorriso) E avevano ragione. Ma c’è un problema di prevenzione generale ed uno di disocializzazione e risocializzazione. Allora io sono convinto che in alcuni casi si tratta di socializzazione primaria, dove la reclusione conta poco, però può offrire un tetto all’interno di un percorso di socializzazione che parta dalla socializzazione e non dalla segregazione. Se andiamo a vedere chi è dentro verremmo a conoscenza di immensi problemi di realizzazione personale. Allora credo che l’episodio del reato sia uno stimolo alla realizzazione di diritti per portare ad una effettiva autodeterminazione, avendo chance reali e possibili.</p>
<p>Ecco perché credo che il carcere sia illegale rispetto all’art. 27 della Costituzione. Se  schiaffi dentro un uomo in uno spazio di pochi metri quadri insieme ad altre 15 persone, significa solo aumentare la rabbia dei soggetti reclusi.</p>
<p><strong>Un’ultima cosa. Sugli episodi di macelleria messicana del <a href="http://www.indie-blog.com/diaz-dopo-le-polemiche-unanalisi-a-freddo-della-cronaca-di-daniele-vicari/">G8 a Genova</a>, che ricorda quelli dei colonnelli Argentini. Se sono le condizioni a determinare il reo, nell’ottica anche di una corresponsabilità tra la collettività e il soggetto, anche dalla parte dei carnefici abbiamo uomini normali, magari teneri in famiglia, che nello svolgimento delle loro funzioni e nell’esercizio del potere in certe condizioni si trasformano in carnefici.</strong></p>
<p>Si chiama emergenza! Tutto questo non ha nulla a che vedere con lo stato di diritto. Tutto ciò che viola una regola nega contemporaneamente lo stato di diritto. Non puoi affermarlo negandolo! Quest’alibi c’è sempre stato. C’è sempre stata un’anima nera nel diritto penale: quella dell’oppressione. Lei deve distinguere il potere penale dal diritto. Abbiamo diritto quando costruiamo dei limiti che non possono essere valicati. Lo stato di diritto non conosce eccezioni.</p>
<p>Sono interpreti di una erronea missione di salvataggio.</p>
<p><strong>In <em><a href="http://www.indie-blog.com/repressione-e-civilta-nelle-sale-il-capolavoro-di-petri-e-volonte/">Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto</a></em>, Volonté incarna proprio le vesti del salvatore della democrazia con ordine e repressione</strong></p>
<p>Repressione significa civiltà (con cadenza siciliana). Grande Gianmaria Volonté. Ma perché non gli hanno mai dato l’oscar? <em>Sacco è Vanzetti</em> è un capolavoro!</p>
<p><strong>Anche <em>Giordano Bruno</em>.</strong></p>
<p>Eccezionale…</p>
<p><strong>Professore che dire, r</strong><strong>iesco solo adesso a dirle grazie. </strong><strong>Davvero grazie.</strong></p>
<p>Ma che dice grazie a lei.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Un&#8217;intervista a cura di Luigi Romano</em></p>
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		<title>Anni 70, anni di sogno e lotta&#8230; armata: intervista al prof. Sergio Moccia</title>
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		<pubDate>Sat, 11 May 2013 17:45:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romanov</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti”. </em><em>Così De André riprendeva con La Canzone del Maggio coloro che chiudevano le finestre alla strada, scenario di violenti scontri, testimonianza di una volontà che intendeva affermare un’umanità nuova. Oggi possiamo ammonire con gli stessi versi chi non vuole fare i conti con quegli anni, che hanno lasciato un segno indelebile, visibile tuttora nelle esperienze politiche odierne. &#8216;Gli anni della lotta armata. Cronologia di una rivoluzione mancata&#8217; (editore Bietti), non è un commento o una critica storica di quel periodo, troppe volte accantonato perché scomodo, latore di dubbi che si preferisce evitare. Il testo è una cronistoria dei principali fatti politici accaduti dalla fine degli anni 60 fino ad oggi, arricchita da alcuni documenti nei passaggi fondamentali; <em>anni spesso &#8216;riscritti&#8217;, dietrologia inevitabile, dal momento che la storia è sempre quella dei vincitori e mai dei vinti.</em></em></p>
<p><em>Dell’autore, Davide Steccanella, sono presenti solo due commenti. Il primo è nel sottotitolo &#8216;cronologia di una rivoluzione mancata&#8217;, e sgombra il campo da sterili teorie che definiscono gli autori di quelle esperienze armate come folli che non sapevano quel che facevano. Dal racconto di quegli anni si ha la percezione di un conflitto reale. A tal proposito è collegato il secondo giudizio, contenuto nella premessa contenente una citazione di Erri De Luca, &#8216;qualcuno sconta il novecento anche per me&#8217;: il conflitto appare esteso e partecipato, quelle polarizzazioni di forze e di pensiero coinvolsero tutti, pagarono coloro che partendo dalle stessi matrici ideologiche cercarono di abbreviare i termini di una &#8216;guerra&#8217;, riprendendo le parole dell’On. La Malfa. Così Steccanella riesce sicuramente nell’intento di informare il lettore, soprattutto colui che non ha vissuto quegli anni, lasciandogli una serie di domande. Un passo fondamentale per chi cerca una memoria storica anteponendo ancora l’obiettivo di cambiare lo stato di cose presenti.</em></p>
<p><em>Ma c&#8217;è anche chi può fornire delle risposte: non è stato il mio professore di diritto penale, ma lo conobbi  tramite i racconti di cari amici che seguivano il suo corso. Loris mi consigliò di leggere un suo libro &#8216;Il diritto tra essere e valore&#8217;  sicuro che mi sarebbe piaciuto. Ebbe ragione, lessi quel libro e ne rimasi affascinato. Lo seguii ancora nelle conferenze cui prendeva parte: mi piacque la sua critica al carcere, agli  OPG (ospedali psichiatrici giudiziari). </em><em>Mentre leggevo questo libro mi venne in mente di chiedergli se avesse avuto voglia di parlarmi di quest’argomento. Sicuramente un suo contributo avrebbe chiarito ancor di più quel periodo, che somiglia molto ad una matassa di fili ingarbugliata. Con la disponibilità che lo contraddistingue mi rispose: “Se non le dispiace, può tornare lunedì prossimo ? E’ un argomento lontano ma a me molto vicino. Vorrei pensarci in questi giorni”. Ecco la discussione che ebbi con Il Prof. Sergio Moccia, ordinario di diritto penale alla Federico II.</em></p>
<p><strong>Prof. come venne accolta a Napoli la visione delle prime lotte sul finire degli anni 60’. Che aria tirava?</strong></p>
<p>Le strade erano due. Da una parte c’era il movimento studentesco, fortemente ideologizzato e diversificato, con la presenza di componenti cattoliche: si caratterizzava per una forte riflessione teorica sui rapporti di forza, attraverso seminari sulle analisi marxiane; si leggeva Marcuse “Reason &amp; revolution”, gli scritti di Rosa Luxemburg. Gli strumenti di critica al presente si rafforzavano, di pari passo con la pia illusione secondo la quale bastava una spallata per buttare giù il sistema marcio. C’era molto velleitarismo.</p>
<p>Sull’altro fronte, la teorizzazione della violenza non c’era ancora. Violenti erano solo gli scontri con la polizia, ma tali manifestazioni rimanevano tutto sommato all’interno dell’articolo 21 della Costituzione.</p>
<p>Lo stupore nasceva per la mancata abitudine a questa mobilitazione studentesca, che era continua. I rapporti con la classe operaia non si ebbero da subito. Inizialmente gli studenti non erano presi in considerazione, anche a causa di un forte controllo sindacale; CGIL e FIOM venivano fuori da una grande vittoria, quella del ’69: il contratto dei metalmeccanici che rappresentò una svolta di civiltà immensa. Ma i più giovani tra gli operai cominciavano a subire il fascino del discorso ideologico, di quello paritario con soggetti di classi contrapposte. All’interno del movimento studentesco c’era anche chi seguiva un andazzo, molto gratificante, di contrapposizione ai genitori e alle figure allora dominanti nella società. Basta pensare ai film degli anni 50, non ci sono ragazzi o giovani tra i protagonisti. Il giovane aveva una funzione marginale, e questo si rifletteva ovviamente nei rapporti familiari. L’onda di cambiamento serviva a demolire anche questa posizione in subordine.</p>
<p>Mi viene da sorridere: anni fa denunciavamo uno stato di precarietà e miseria. E oggi allora? Dovrebbe rinascere con forza decuplicata una voglia di cambiamento. Ma è pure vero che prima non esisteva tutta questa morfina televisiva, il consumismo sfrenato ecc..</p>
<p><strong>A tal proposito mi viene in mente Foucault, con l’analisi di tutti quei meccanismi potenziali e cinetici con cui il potere conserva se stesso. Secondo lei come è possibile combatterli, riportando l’uomo al centro della sua esistenza?</strong></p>
<p>Penso sia un problema culturale ancora per poco. Prima si guardava a un modello sociale egualitario, di affermazione dei diritti fondamentali dell’uomo, di superamento dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nel frattempo arrivarono le prime crepe da quelle esperienze di socialismo di stato che furono definite sbrigativamente fascismo di stato. C’era dunque l’ipostatizzazione di una palingenesi, ma il tutto veniva discusso e vissuto politicamente da un crogiolo abbastanza composito: c’erano i troskisti con la rivoluzione permanente, componenti anarco-sindacali, gli ortodossi marxisti ecc.. Oggi il modello culturale di riferimento è profondamente cambiato, si è fatta passare la morte del “comunismo reale” come la morte di tutte le ideologie. Ma se uno muore, qualcun altro sopravvive, se uno uccide qualcun altro resta. Il vincitore è un modello profondamente individualizzato che offre finte strade semplici al successo e all’emancipazione. Penso a quegli episodi ridicoli del grande fratello, dove alla fine effettivamente uno sembra vincere, realizzarsi, guadagnare. Uno solo. Prima la vittoria era pensata solo se era condivisa con tutti, si vinceva insieme. Ecco cosa è cambiato, la perdita della solidarietà, dell’indignazione, dell’unione osmotica tra individui. Prima l’indignazione aveva un carattere potenziale, tutto sommato si viveva bene, per questo penso al paradosso attuale.</p>
<p>Allora forse c’era un po’ di fuga in avanti nell’immaginare una realtà  di gran lunga deteriore che comunque guardava ai bisogni primari. Quei bisogni che guidarono l’analisi di Marx ed Engels. Oggi il reale somiglia più del ‘68 alla miseria descritta nelle analisi marxiane. Una volta superati quegli ammortizzatori naturali, familiari, nonni e padri, vi saranno generazioni che avranno fame.<br />
Penseranno all’ideologia? Forse, sicuramente penseranno a mangiare. Questo è un doppio rischio. L’ideologia potrebbe incanalare queste forze reattive, nascenti dalla verità perché fondate sul bisogno<strong>. </strong>Se non mangio, se non ho un tetto, potrei essere disposto a qualunque cosa. Pensi alla Germania hitleriana. Invece, pur mancando una cultura dello stato sociale di diritto, le associazioni, e forme di solidarietà, di mediazioni, posso offrire alternative, anche se non possono &#8211; cosa invece spero si realizzi &#8211; di portare una presa di posizione forte, un ideologia che si ponga in contrasto con lo stato di cose attuale.</p>
<p>In fondo l’ideologia non è una parolaccia! Nascono alla fine del ‘700 come piani programmatici per la risoluzione di problemi attuali: organizzare una vita secondo determinati principi.</p>
<p>Affermare la morte delle ideologie, secondo me significa assecondare ideologie non presentabili, come quelle che in sostanza abbiamo adesso: “Calpestiamo i diritti dell’uomo, mettiamo al centro il consumatore, il profitto, sfruttiamo l’ansia giovanile con contratti a tempo”. Ma ciò non è possibile palesarlo, si verificherebbe un effetto boomerang. Allora cosa si fa? Si squalifica il discorso ideologico.<br />
Forse prima se ne faceva troppa di ideologia, e non era male devo dire. È chiaro nel momento in cui venne meno il consenso degli interlocutori naturali nella classe operaia, con il contratto del ’69, la strada che si intraprese fu quella di ergersi a punte della rivoluzione, riprendendo qualcosa dal sapore illuministico: “Ve lo insegniamo noi, colpiamo il cuore dello stato, questo stato che voi non guardate nel suo ruolo reale “.</p>
<p><strong>Pensavo come questo determinò in concreto il reale distacco del marxismo dal materialismo storico, che in realtà afferma a gran voce la rivoluzione non come discorso pedagogico ma quale discorso di stomaci vuoti.</strong></p>
<p>Questo l’ho sempre pensato. Anche se sono un profondo ammiratore dell’illuminismo, questo è il difetto illuministico.<br />
Francesco Mario Pagani e gli altri pagarono il costo di non aver conosciuto né Marx né la sociologia. Nella costituzione della Repubblica partenopea &#8211; che era spettacolare, meglio della repubblica francese &#8211; c’era una riflessione che partiva da Filangieri, l’abolizione del feudalesimo ecc.. Ebbene non fecero i conti con il fatto che le condizioni di un cambiamento radiale devono maturare socialmente e collettiviamente; o riprendendo Marcuse, ma ciò può valere per una società molto evoluta, la rivoluzione parte da dentro e allora non si sparerebbe neanche un colpo; se matura questa idea nelle nostre coscienze comincia una rivoluzione progressiva. Ma ciò non avvenne per loro e forse non arriverà per noi.<br />
Furono giustiziati dalle truppe del cardinale Ruffo, iper-reazionario, che al popolino  diceva: “Questi negano Cristo” . Effettivamente negavano Cristo ma come religione che opprimeva con il solito trucco teocratico. Furono battuti proprio dai loro interlocutori principali.<br />
Ecco il parallelo: la scelta della lotta armata aveva come giustificazione teorica la volontà di educare coloro che pativano lo sfruttamento. Questo fu il distacco, la perdita di lucidità. Diventa difficile riuscire poi a seguire un piano laddove la prassi rivoluzionaria vuole un susseguirsi di successi… l’utopia è un movimento dinamico progressivo, man mano che ti avvicini raggiungi la meta, non man mano che ti allontani. Ma di giusto c’era una profonda riflessione critica al conformismo, all’autoritarismo; esigenze di liberazioni forti del rispetto dei diritti di tutti; anche se non si usava questo termine.<br />
La parità nelle scuole, nelle fabbriche, non esisteva. Ancora una volta ci aiutano i film: tutti cinquantenni accasati, le ragazze non le potevi neanche guardare …</p>
<p><strong>Mia madre diceva che l’unico contatto era il ballo. </strong></p>
<p>Assolutamente, era l’unica occasione; e se riuscivi ad avere un appuntamento con una ragazza, poverina, tu eri un galletto, e lei una puttanella.</p>
<p><strong>Patriarcato.</strong></p>
<p>Totale. Per questo ci furono tanti effetti indotti anche sul piano musicale. Si pensi ai Beatles, a Bob Dylan, alla letteratura con Kerouac,  alla scoperta di Kavafis in poesia. Diciamo che il progetto politico è stato fallimentare, inteso ovviamente in senso stretto: cambiare, mandare a casa, ricostruire. Ma in compenso vi è stata una grossa crescita culturale, come affermazione di diritti dell’uomo, internazionalizzazione di categorie. E non era un caso perché ci si incontrava tutti ovunque si andasse. Ricordo un viaggio in Danimarca: incontravamo ragazzi francesi, tedeschi, inglesi e americani mi accorsi che parlavamo la stessa lingua.</p>
<p><em>Un&#8217;intervista a cura di Luigi Romano. Continua&#8230;</em></p>


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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 06:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<title>Premio Strega: la presentazione ufficiale dei semifinalisti</title>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2013 09:50:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pasquale P.</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Come ogni anno torna il <strong><a href="http://www.indie-blog.com/?s=premio+strega">Premio Strega</a></strong> ed anche quest’anno le polemiche fanno da enorme cassa di risonanza all’evento letterario più atteso dalle case editrici italiane. Diverse le novità di questa 67esima edizione. Innanzitutto dal punto di vista tecnico, con la possibilità, da parte dei giurati, di esprimere direttamente online la propria preferenza sul sito www.premiostrega.it con un sistema, attivo dal 29 aprile, sicuro e anonimo che sostituisce la modalità tradizionale, e francamente obsoleta, del fax  e del telegramma. Altra novità, la diretta streaming della presentazione ufficiale dei dodici semifinalisti, cerimonia che si terrà il 10 maggio al Teatro San Marco a Benevento, nonché la possibilità di cinguettare su #Strega13.</p>
<p>Questo l’elenco dei dodici libri concorrenti selezionati dal comitato direttivo del Premio presieduto da <strong>Tullio De Mauro</strong>: <strong><em>Apnea</em></strong> di <strong>Lorenzo Amurri</strong> (<strong>Fandango</strong>), autobiografico, che racconta il ritorno alla vita dello scrittore dopo un incidente che lo ha reso insensibile dal tronco in giù; <strong><em>El especialista de Barcelona</em></strong> di <strong>Aldo Busi</strong> (<strong>Dalai Editore</strong>), incontro tra uno Scrittore in fuga e l’Especialista, pittoresco professore universitario; <strong><em>Romanzo Irresistibile della Mia Vita Vera</em></strong> di <strong>Gaetano Cappelli</strong> (<strong>Marsilio</strong>), sull’amore giovanile ritrovato dopo trent’anni; <strong><em>Cate, io</em></strong> di <strong>Matteo Cellini </strong>(<strong>Fazi</strong>), storia di una ragazza obesa che affronta con l’intelligenza l’ostilità della società; <strong><em>Sofia si Veste Sempre di Nero</em></strong> di <strong>Paolo Cognetti </strong>(<strong>minimum fax</strong>), che con la tecnica del cut-up narrativo, ricostruisce, attraverso dieci racconti, la vita di una ragazza figlia unica in una famiglia della borghesia lombarda della fine dei ’70; <strong><em>Mandami Tanta Vita</em></strong> di <strong>Paolo Di Paolo </strong>(<strong>Feltrinelli</strong>), ritratto di Piero Gobetti attraverso gli occhi di uno studente suo coetaneo che cerca di imitarlo; <strong><em>Il Cielo è dei Potenti </em></strong>di <strong>Alessandra Fiori</strong> (<strong>e/o</strong>), panoramica sui retroscena della politica raccontati da un’ex esponente della prima repubblica; <strong><em>Atti Mancati</em></strong> di <strong>Matteo Marchesini</strong> (<strong>Voland</strong>), sulla vicenda di un giornalista bolognese trentenne e scrittore incompiuto che nel riallacciare i rapporti con la ex ritrova la propria strada; <strong><em>Le Colpe dei Padri</em></strong> di <strong>Alessandro Perissinotto</strong> (<strong>Piemme</strong>), storia del baratro che si apre sotto i piedi di un invidiabile dirigente torinese dopo un incontro imprevisto; <strong><em>Figli dello Stesso Padre</em></strong> di <strong>Romana Petri</strong> (<strong>Longanesi</strong>), incontro dopo anni di indifferenza tra due uomini con madri diverse ma stesso padre passionale ed egocentrico, che ha finito per abbandonare tutte le sue donne; <strong><em>Resistere Non Serve a Niente</em></strong> di <strong>Walter Siti </strong>(<strong>Rizzoli</strong>), che tra banchieri senza scrupoli, politici corrotti e malviventi esperti di economia ci trasporta nella zona grigia tra finanza e criminalità evidenziando il binomio sesso-denaro; <strong><em>Nessuno Sa di Noi</em> </strong>di <strong>Simona Sparaco</strong> (<strong>Giunti</strong>), con lo sgretolarsi del mondo di una coppia dopo che un’ecografia rivela che il loro bambino ha qualcosa che non va.</p>
<p>La cinquina dei finalisti sarà decisa a Roma a Casa Bellonci il 12 giugno e il vincitore proclamato il 4 luglio al Ninfeo di Villa Giulia. Per la votazione, agli <strong>Amici della Domenica</strong> si aggiungeranno sessanta ‘lettori forti’ segnalati da altrettante librerie indipendenti associate all’<strong>ALI</strong> (Associazione Librai Italiani) e i gruppi di lettura coordinati da dieci Istituti Italiani di Cultura all’estero, ognuno titolare di un voto collettivo.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-10432" href="http://www.indie-blog.com/premio-strega-la-presentazione-ufficiale-dei-semifinalisti/premiostregapiperno-2/"><img class="alignnone size-medium wp-image-10432" title="premiostregapiperno" src="http://www.indie-blog.com/wp-content/uploads/premiostregapiperno1-300x203.jpg" alt="" width="300" height="203" /></a></p>
<p style="text-align: center;">[<a href="http://www.indie-blog.com/premio-strega-piperno-torna-sul-fuoco-amico-dei-ricordi-con-inseparabili/">Alessandro Piperno</a>, vincitore della scorsa edizione]</p>
<p>Le polemiche, come già accennato, non si sono fatte attendere per un premio che, già una quindicina di anni fa, fu definito “più truccato di Sanremo”. È innegabile che la visibilità di questa competizione faccia gola a tutti gli editori, considerato che i titoli finalisti finiscono immancabilmente nelle classifiche dei libri più venduti dell’anno e sono la lettura preferita dagli italiani sotto l’ombrellone. Così tra giochi di potere, pressioni enormi sui giurati, colpi bassi e strategie machiavelliche spesso ci si chiede se questo premio non sarebbe più pulito senza l’influenza delle case editrici.</p>
<p>Ma questo è parlare di aria fritta, perché lo Strega è un concorso che si fonda proprio sulla presenza forte degli editori. E così diventa lecito, anzi prassi regolare che non stupisce più nessuno, tartassare i giurati con continue telefonate fino a far pendere l’ago della bilancia dalla propria parte. E non sorprende più che in finale arrivino quasi sempre le stesse case editrici né tantomeno che i cinque finalisti appartengano sempre a cinque distinti editori. Quest’anno tra i dodici semifinalisti vi sono rappresentanti di case indipendenti come Fandango, e/o, minimum fax, Fazi (che però fa parte del <strong>gruppo GeMS</strong>) e Voland.</p>
<p>Non che la speranza di vedere una di queste case in finale sia alta ma, come ha precisato <strong><a href="http://www.indie-blog.com/premio-strega-qualcosa-di-scritto-di-emanuele-trevi-cavalca-il-mito-di-pasolini/">Emanuele Trevi</a></strong>, secondo l’anno scorso allo Strega e sospesosi dalla giuria quest’anno polemicamente dopo averne fatto parte per quasi vent’anni, “un giro in giostra conviene comunque”. E proprio l’autosospensione di Trevi è sintomo di malumori, oltre alla presenza tra gli scrittori concorrenti dell’ex governatore della Sicilia <strong>Totò Cuffaro</strong> poi non entrato nella lista dei semifinalisti. Attacchi feroci arrivano da <strong>Inge Feltrinelli</strong> che definisce il premio “un po’ mafioso… in cui Mondadori detta legge” o da <strong>Stefano Mauri </strong>(GeMS) che parla di possibilità di meritocrazia allo Strega solo tra cent’anni.</p>
<p>E a funestare i sogni del favorito Walter Siti, ci pensa La Stampa con un articolo che rivela possibili retroscena da appassionati di dietrologia: l’assenza clamorosa di Mondadori ed Einaudi nella lista dei semifinalisti sarebbe legata ad un supercontratto che <strong>Giorgio Faletti </strong>sarebbe pronto a firmare proprio per il gruppo di Segrate lasciando la sua attuale casa editrice Dalai, la quale quindi riceverebbe un sostanzioso appoggio per la candidatura del libro di Busi allo Strega 2013.</p>
<p>Nel frattempo, appuntamento a domani, 10 maggio, alle ore 18 al Teatro San Marco a Benevento per la presentazione dei semifinalisti, cerimonia condotta da Veronica Pivetti.</p>
<p>&nbsp;</p>


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		<title>Enigma: Alan Turing e il sonno della ragione</title>
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		<pubDate>Tue, 07 May 2013 13:32:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fiorenzo Iuliano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con Enigma Tuono Pettinato e Francesca Riccioni provano a raccontare “la strana vita di Alan Turing”, il matematico inglese che, grazie alle ricerche condotte nell’ambito della logica e della matematica, mise a punto un congegno in grado di decrittare i messaggi in codice prodotti dall’esercito tedesco durante la seconda guerra mondiale, contributo decisivo per la [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p>Con <strong><em>Enigma</em> Tuono Pettinato</strong> e <strong>Francesca Riccioni</strong> provano a raccontare “la strana vita di Alan Turing”, il matematico inglese che, grazie alle ricerche condotte nell’ambito della logica e della matematica, mise a punto un congegno in grado di decrittare i messaggi in codice prodotti dall’esercito tedesco durante la seconda guerra mondiale, contributo decisivo per la sconfitta inferta al terzo reich.</p>
<p>Tuttavia, l’operazione di Pettinato e Riccioni è, allo stesso tempo, qualcosa di più e di meno di una semplice biografia a fumetti, come suggeriscono le prime pagine del libro: mettendo assieme tutti gli elementi minimi che compongono l’esperienza umana, infatti, si ottiene sempre “qualcosa di più grande della somma delle singole parti”. E così il testo, che scorre leggero per poco più di cento pagine, è qualcosa di più di una semplice ricostruzione della vita di Turing, giocato com’è, con grandissima abilità e finezza narrativa e grafica, su una serie di rimandi interni e di codici grafici da comprendere, e di “enigmi” narrativi da sciogliere.</p>
<p>Turing viene presentato quando, giovanissimo, realizza quanto sconfinato sia il suo amore per lo studio della scienza. La limpidezza del pensiero scientifico, la sua scomponibilità in un numero infinito di componenti minime, la sua incapacità (e impossibilità) di significare qualcosa di diverso e di nascosto rispetto a quanto apertamente enunciato, diventano il codice attraverso cui gli autori raccontano lo stesso Turing in quanto uomo e personaggio narrativo. Immediato e diretto in tutto, incapace di immaginare che ci siano meccanismi di implicitazione e di sottintendimento nelle vicende umane, Turing affronta l’esperienza scolastica e poi universitaria in quella che sembra una sfida, per quanto in buonissima parte involontaria, alle convenzioni e ai rituali dell’Inghilterra di inizio secolo, ingessata nei suoi perbenismi e in un rispetto ossessivo e vuoto delle formalità.</p>
<p>Cruciale, all’interno di questa costruzione narrativa (e, come vedremo, anche grafica) del personaggio-Turing, è l’esperienza dell’omosessualità, vissuta nella più completa naturalezza. Turing non è né il dandy eccentrico e frivolo che fa del proprio orientamento sessuale un vezzo mondano o addirittura estetico, né l’intellettuale malinconico e sofferente, ossessionato dal bisogno di nascondere le proprie passioni e pulsioni. Né <strong>Oscar Wilde</strong>, né <strong>E.M. Forster</strong>, giusto per citare le due icone che, neppure tanto implicitamente, il testo propone. La splendida ingenuità di Turing, per contro, incapace di immaginare la stessa necessità della rimozione e della negazione, sarà la causa della sua morte: rivelando alle autorità la propria omosessualità nella denuncia di un furto subito nella sua abitazione, Turing viene condannato a una terapia coatta che, dopo massicce dosi di estrogeni che gli vengono iniettate, lo abbatte psichicamente e trasforma il suo corpo, rendendolo simile a quello di una donna.</p>
<p>È questa una delle possibili cause del suo suicido, insieme alle altre a cui il volume fa cenno, compresa l’ipotesi che non di suicidio si sia trattato, ma di un omicidio orchestrato dai servizi segreti inglesi ai quali Turing aveva offerto il suo contributo scientifico.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-10411" href="http://www.indie-blog.com/enigma-alan-turing-e-il-sonno-della-ragione/enigma-3/"><img class="alignnone size-medium wp-image-10411" title="enigma" src="http://www.indie-blog.com/wp-content/uploads/enigma2-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Turing si toglie la vita addentando una mela avvelenata, replicando alla lettera la vicenda di Biancaneve, così come era stata rappresentata nel film di Walt Disney del 1937, dal quale egli era rimasto fortemente impressionato. E proprio sulla ripresa, in termini grafici oltre che narrativi, della favola di Biancaneve si giocano alcuni tra i riferimenti e rimandi più interessanti di tutto il testo. Da un lato, la storia di Biancaneve diventa, di fatto, la storia di Turing stesso: l’innocenza ingannata è il motivo ricorrente di tutta la narrazione, sia per quanto riguarda l’esperienza professionale e accademica di Turing, sia per quanto riguarda la sua vita privata. Dall’altro, il riferimento alla favola, nel testo di Pettinato e Riccioni, serve a dare corpo al “lato oscuro” della psiche di Turing, a quella irrazionalità da cui egli fugge ostinatamente, a una realtà che si rivela sempre altra da quello che sembra, e che mal si concilia con la trasparenza assoluta e cristallina del suo pensiero, oltre che della sua esistenza.</p>
<p>Irrazionalità che è, per estensione, il tratto fondante pure del nazismo: non a caso Hitler viene, con scelta felicissima, rappresentato con le sembianze della strega di Biancaneve, in una completa saldatura tra la raffigurazione simbolica della vita di Turing e il momento storico nel quale si inserisce.</p>
<p>La storia di Alan/Biancaneve, quindi, è anche la storia dell’Europa e del mondo davanti alla barbarie nazista. Allo stesso tempo, in un gioco di rifrazioni, il percorso del pensiero filosofico e logico-matematico che, come brevemente ricostruito dagli autori, parte da <strong>Leibniz</strong> e arriva a <strong>Russell</strong> (e poi allo stesso Turing), si dipana come testimonianza della purezza quasi disincarnata delle idee e della riflessione teorica. Purezza che, invece, si scontra con l’esercizio quotidiano del potere, che preferisce accanirsi contro l’individualità “materiale” di ciascuna persona, classificando gli individui per razza (come faceva il nazismo) o in base all’orientamento sessuale (come l’Inghilterra, che condanna i sodomiti ai lavori forzati), in una negazione completa del mito universale e universalizzante della ragione al quale Turing dedica la sua intera esistenza.</p>
<p>Nel suo complesso, il testo di Pettinato e Riccioni non è affatto appesantito dalla mole, pur considerevole, di riflessioni e digressioni che esso stesso produce, ma anzi, si presenta in maniera agile e immediata, grazie anche a una resa grafica veloce, quasi bozzettistica, che porta in superficie la complessità del pensiero e dell’esistenza del protagonista in maniera naturale e quasi ingenua. I colori freddi del testo (il verde e il viola, che predominano nelle pagine) sono un controcanto ironico della limpida razionalità di Turing, o forse il primo, silenzioso accenno alla minaccia dell’irrazionalità che, come emerge sempre di più nelle pagine del testo, diventa la vera condanna che Turing è costretto a subire, come studioso, come cittadino, e come uomo.</p>
<p><em>Enigma. La strana vita di Alan Turing</em>, <strong><a href="http://www.indie-blog.com/?s=rizzoli+lizard">Rizzoli Lizard</a></strong>, 2012</p>


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		<title>Barbara, imbronciata, scontrosa e ignorata dal grande pubblico</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Apr 2013 09:31:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Grimaldello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La vita di Barbara. Parafrasare il capolavoro di Florian Henckel von Donnersmarck, Le Vite degli Altri (Das Leben der Anderen), è legittimo e vedremo il perché, ma le logiche di distribuzione inducono scorrettamente ad un paragone forzato sin dalla locandina (&#8220;Le vite degli altri, più intimo, più forte&#8221;), per poi non prestare nessuna reale attenzione [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p>La vita di Barbara. Parafrasare il capolavoro di <strong><a href="http://www.indie-blog.com/?s=von+donner++">Florian Henckel von Donnersmarck</a></strong>, <em><strong>Le Vite degli Altri</strong> (Das Leben der Anderen)</em>, è legittimo e vedremo il perché, ma le logiche di distribuzione inducono scorrettamente ad un paragone forzato sin dalla locandina (&#8220;Le vite degli altri, più intimo, più forte&#8221;), per poi non prestare nessuna reale attenzione ormai a quel cinema europeo di qualità, potenziale via di fuga dalla macchina cinematografica dominante (<em>Barbara</em> arriva in Italia solo <span style="text-decoration: underline;">un anno dopo</span> aver vinto l’Orso d’Argento!).</p>
<p>E comunque la pellicola di <strong>Christian Petzold</strong> non è più intima de <em>Le Vite degli Altri</em> (Oscar 2007 al miglior film straniero), e di sicuro non è più forte.</p>
<p>Metà del pubblico uscirà brontolando dalla sala, alcuni cinefili lo saluteranno come un capolavoro. La verità, come sempre, sta nel mezzo: il film è un esercizio di stile attento e coscienzioso, preparato per un pubblico paziente, esteta e in cerca di sfumature. Ma purtroppo diventa presto prevedibile e qualche scelta registica banale più alcuni buchi narrativi sanno un po’ di occasione mancata. Dopo <em>Das Leben der Anderen</em> quel terreno è diventato scivoloso ma <strong>Petzold </strong>non delude in tutto.</p>
<p>Se è vero che non ci sono esplosioni emotive né tanto meno di suspense, la sceneggiatura volutamente minimalista ci presenta un piatto raffinato e delicato. La stessa pagina di Storia de <em>Le Vite degli Altri</em> è letta in maniera opposta, con coraggio, puntando non più su una scontata dominante fredda e metropolitana ma su campi larghi, luminosi e colorati, una natura rigogliosa e una provincia dai toni insolitamente caldi. Il grigiore stavolta non si vede, è dentro, nella protagonista che non vive, si lascia vivere, prudente, sospettosa, aspettando che torni il sereno. Se fossi cinico direi che la scelta tonale dell’epilogo cambia un po&#8217; l’omogeneità estetica apprezzata fino ad allora. Ma non lo sono.</p>
<p>Concedetemi però il solito appunto, fondamentale e questa volta da condannare con pugno duro: il titolo originale del film è semplicemente <em>Barbara</em>. Punto. Ma ancora una volta per logiche a me ignote la distribuzione italiana, con <strong><em>La Scelta di Barbara</em></strong>, ha spostato l’attenzione dalla centralità assoluta del personaggio, ad un processo mentale - la scelta &#8211; con una manovra semplicistica e dannosa che suggerisce il finale già a metà del film. Complimenti ancora una volta.</p>
<p>Il regista tedesco (ignoto o per meglio dire ignorato in Italia) ci riporta al 1980, in una Germania ancora amaramente divisa, dove pensare di andare a Ovest è un’utopia e il solo tentativo di oltrepassare la cortina di ferro viene severamente punito. In quella Germania dove sotto l’occhio poco benevolo della Stasi metà della popolazione spiava l’altra metà. Ne sa qualcosa Barbara, medico di talento e di Berlino, punita per aver fatto domanda di trasferimento ad Ovest e confinata lontano in un modesto ospedale di campagna. Ma il suo compagno che vive in occidente le sta già organizzando la fuga in Danimarca e lei deve solo aspettare, restandosene in disparte, evitando di attirare la minima attenzione della Stasi che peraltro già la sorveglia, la osserva mentre fuma sigarette d’importazione, poco prima di entrare nell’ospedale cui è stata assegnata, e la definisce imbronciata presentandola a chi dovrà presumibilmente vigilare su di lei.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-10357" href="http://www.indie-blog.com/barbara-imbronciata-scontrosa-e-ignorata-dal-grande-pubblico/locandina-7/"><img class="alignnone size-medium wp-image-10357" title="locandina" src="http://www.indie-blog.com/wp-content/uploads/locandina5-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" /></a></p>
<p>Tende chiuse, auto scure sotto casa e guanti di lattice: questa è la vita di Barbara, una donna fuori posto in un presente troppo stretto, invivibile, soffocante. Sente che il suo domani è altrove e per proteggere la sua fuga e il futuro deve sacrificare il presente, l’intimità, le dubbie attenzioni di qualcuno, e starsene sulle sue. Ma la forza di un legame inatteso rischierà di scombinare tutti i suoi piani e di prevalere sull’insofferenza per quella misera condizione.</p>
<p>Bravo <strong>Ronald Zehrfeld</strong>, nel ruolo del medico Andrè, anch’egli spedito lì per un errore commesso in passato. Alla disperata ricerca di un contatto, perseverante ma mai sgarbato, spera che la collega prima o poi abbassi le difese  E’ evidente che la sua gentilezza la disturba, è sgradita, non richiesta. Barbara è inaviccinabile, un po’ stronzetta, ma forse con lui si sbaglia. Perfetta <strong>Nina Hoss</strong> (volto del cinema tedesco e sconosciuta in Italia), silenziosa, scontrosa, imbronciata, e fedelmente ripresa più volte in primissimo piano dal direttore della fotografia <strong>Hans Fromm</strong><em>. </em>Qualsiasi attrice vorrebbe avere un ritratto al femminile così intenso nella sua carriera. Ci regala un’interpretazione teatrale mai sopra le righe, il suo volto ci concede poche sfumature ma le sue rare aperture al sorriso sono perle che addolciscono e sciolgono, riuscendo a rendere comunicativi anche i lunghi silenzi. Già, quei lunghi silenzi rotti dal gracchiare molesto del campanello che preannuncia una perquisizione corporale. Una violenza acustica e fisica anche sullo spettatore. Sotto questo punto di vista il film convince appieno e permette di comprendere bene lo stato di allerta di quegli anni non così lontani.</p>
<p>Lavorano di fino Petzold e Fromm<em>, </em>ricostruendo minuziosamente gli interni e scegliendo una location ventosa e isolata evitando qualsiasi riferimento al contesto politico. Azzardando una personale lettura concettuale e chiedendo in anticipo scusa, c’è un elemento angoscioso in quel vento che scuote le fronde, un vento di libertà che spira da Nord, l’unica via di fuga possibile, verso la Danimarca appunto. Ragionevole?</p>
<p>L’assenza quasi totale di musiche, i suoni di fondo altissimi, le parole e i movimenti di camera studiati e contati sono tutti elementi funzionali di quel cinema europeo, sempre mal distribuito, che fa salire l’ansia e indaga alla ricerca di minime espressioni nei volti dei protagonisti. Petzold affronta la Storia senza voler necessariamente stupire, cerca e trova un punto di vista estetico differente e alternativo per ricordarci pagine recenti forse già dimenticate. La memoria è sempre troppo corta e molti giovani forse non sanno o non vogliono sapere che quel muro non è stato solo una canzone dei <strong><a href="http://www.indie-blog.com/?s=pin+floyd+waters">Pink Floyd</a></strong>.</p>
<p>Sull’ultimo gioco di sguardi non può non partire un silenzioso applauso mentale per una chiusura perfetta, pensando che se fosse stato un film americano sarebbe durato un’altra inutile mezz’ora.</p>
<p style="text-align: left;">&nbsp;</p>


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		<title>Oblivion e la fantascienza senza soluzioni</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Apr 2013 23:43:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>A. P.</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando Dick e Asimov verranno prosciugati definitivamente &#8211; e per la gioia degli studios di carne da cuocere c&#8217;è n&#8217;è ancora in abbondanza &#8211; chi riuscirà a donare uno straccio di idea innovativa nel campo della fantascienza? Roland Emmerich, regista di blockbuster tanto fruttiferi per incassi quanto vuoti, progetta di portare in sala proprio la [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando <strong>Dick</strong> e <strong>Asimov</strong> verranno prosciugati definitivamente &#8211; e per la gioia degli studios di carne da cuocere c&#8217;è n&#8217;è ancora in abbondanza &#8211; chi riuscirà a donare uno straccio di idea innovativa nel campo della fantascienza?</p>
<p><strong>Roland Emmerich</strong>, regista di blockbuster tanto fruttiferi per incassi quanto vuoti, progetta di portare in sala proprio la pietra miliare di Asimov, la quadrilogia di <em><strong>Fondazione</strong></em>, e a giudicare dai suoi film, il risultato procurerà diverse migliaia di attacchi di bile; in quanto a sfregi, inoltre, bastava l&#8217;annuncio di <strong>Ridley Scott </strong>deciso a realizzare un sequel di <em><strong>Blade Runner</strong></em>. Si spera a questo punto che se a qualcuno venisse in mente di adattare per il cinema <em><strong>L&#8217;Eternauta </strong></em>di <strong>Solano Lopez</strong> e <strong>Oesterheld</strong>, non abbia il coraggio di rovinare l&#8217;ennesimo capolavoro, magari piazzando gli Usa al posto dell&#8217;Argentina.</p>
<p>Eppure c&#8217;è chi dimostra di saper usare il genere, senza troppi effetti speciali, grazie alle sopracitate e sempre più latitanti &#8216;idee&#8217;; <em><strong><a href="http://www.indie-blog.com/another-earth-come-fare-buona-fantascienza-indipendente-senza-scomodare-i-marziani/">Another Earth</a></strong></em> è un buon esempio di questa pratica.</p>
<p>Intanto è uscito <em><strong>Oblivion</strong></em>, nuova mega produzione costata 120 milioni di dollari &#8211; destianti a essere recuperati in una manciata di week-end &#8211; con bandiere a stelle e strisce infilate nelle scene e uno dei divi per antonomasia della pomposità retorica hollywoodiana, <strong>Tom Cruise</strong>.</p>
<p>Un futuro non tanto lontano. La terra è stata attaccata, gli uomini hanno battuto gli invasori ma al prezzo del pianeta stesso: ora sono tutti su Titano, e &#8216;a casa&#8217; sono rimasti solo Jack e Victoria, intenti a monitorare l&#8217;attività di enormi macchinari che stanno assorbendo l&#8217;acqua degli oceani. Vivono su una casa sospesa tra le nuvole, chiusi in un&#8217;area molto ampia ma circondata da radiazioni mortali che avvolgono gran parte del pianeta. I due, che si sono sottoposti alla cancellazione della memoria prima della missione, sono in procinto di terminare l&#8217;incarico, per poi far ritorno su Titano. Sono in collegamento quotidiano con un enorme astronave, il Tet, sospesa nell&#8217;atmosfera terrestre. Gli scavengers, i nemici, hanno perso la guerra ma continuano ad abitare il sottosuolo: un giorno tendono una trappola a Jack, sceso a terra per riparare uno dei droni comandati dal Tet, che aiutano Jack a controllare la zona. L&#8217;incontro ravvicinato con i nemici lascerà Jack con parecchi dubbi su vincitori e vinti della guerra, facendogli allo stesso tempo chiarezza su alcuni ricordi non del tutto cancellati, che hanno a che fare con una donna misteriosa.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-10322" href="http://www.indie-blog.com/oblivion-e-la-fantascienza-senza-soluzioni/oblivion/"><img class="alignnone size-medium wp-image-10322" title="oblivion" src="http://www.indie-blog.com/wp-content/uploads/oblivion-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: left;"><em>Oblivion </em>è ispirato al graphic novel omonimo (inedito), creato dallo regista stessso, <strong>Joseph Kosinski</strong>, insieme a <strong>Arvid Nelson</strong>. Per questo secondo lungometraggio, a tre anni dal remake-blockbuster <em><strong>Tron Legacy</strong></em>, lo statunitense  è stato affiancato allo script da <strong>Karl Gajdusek</strong> e <strong>Michael Arndt</strong>. Co-autore dunque di una sceneggiatura che trascina lo spettatore in una trama inizialmente densa di nebbie, irta di colpi di scena, alcuni ben congegnati, altri leggermente telefonati, riuscendolo però in qualche frangente anche ad annoiare. Gli autori cercano di inserire nella impalcatura essenzialmente  spettacolare e a effetto del plot, qualche elemento di filosofia spicciola, come la forza dei libri e l&#8217;unicità dell&#8217;essere umano, e in questo Cruise non dà una mano al cammuffamento, dal momento che da buon Stefano Accorsi d&#8217;oltreoceano, cambiano i film, ma lui resta sempre identico.</p>
<p>La forza della fotografia e degli effetti è notevole, ma è pur vero che dopo i tanti scenari digitali escogitati per lasciare senza fiato gli spettatori a partire dai primi disaster movie, un qualsiasi Empire State Building che affiora dalla sabbia non impressiona più di tanto.</p>
<p>Eppure, arrivati alle soglie dell&#8217;epilogo, chi non ha grosse pretese ha assistito a un piacevole momento di intrattenimento.</p>
<p>- Non legga oltre chi odia gli spoiler -</p>
<p>E invece no, perché nei pochi minuti del finale affiorano tutti i limiti della megaproduzione di fantascienza più abusato, dove la &#8216;trovata&#8217; che funge allo stesso tempo da spiegone &#8211; accettabile nella sua concisione &#8211; e da disvelamento dei reali invasori, scivola in un colpo solo nel più noioso dei già visto. Innanzitutto il deja-vu chissà quanto voluto che richiama <em><strong>Independence Day</strong></em>, col regista che dunque dimentica di stare girando un lavoro più decente e molto meno retorico. Poi, il colpo di grazia: un triangolo alieno, mix tra Hal 9000 e il più classico simbolo divino, semi-onnisciente, al quale però sfugge la bomba atomica che il protagonista porta con sé per distruggerlo. Allo stesso tempo scorciatoia filo-patriottica pro-umanità e deserto assoluto per una nuova iconografia degli invasori non umani, che faticano a trovare degli eredi dopo gli <em><strong>Incontri</strong></em> spielberghiani. A questo punto meglio il <a href="http://http://www.indie-blog.com/l’ultimo-terrestre-gipi-2011/">pupazzo di <strong>Gipi</strong></a>, altra idea decente in soluzioni che di &#8216;alieno&#8217; hanno ben poco.</p>
<p>Infilate nella colonna sonora <strong>Rumble On</strong> dei <strong>Led Zeppelin</strong> e <strong>A Whiter Shade of Pale</strong> dei <strong>Procol Harum</strong>.</p>


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		<title>Repressione è civiltà. Nelle sale il capolavoro di Petri e Volonté</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Apr 2013 11:37:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pasquale P.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Retro]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
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		<category><![CDATA[Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto]]></category>
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		<category><![CDATA[repressione e civiltà]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Torna al cinema il capolavoro di <strong>Elio Petri</strong>, <em><strong>Indagine su un Cittadino al di Sopra di Ogni Sospetto</strong></em>. La pellicola del 1970, vincitrice del Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes e dell’Oscar come miglior film straniero, verrà proiettata nei giorni 8, 9 e 10 aprile nelle 36 sale del circuito The Space, nella versione digitale 4K a cura della Cineteca di Bologna.</p>
<p>La storia: <strong><a href="http://www.indie-blog.com/?s=volonté">Gian Maria Volonté</a></strong> è capo della sezione omicidi, appena promosso alla direzione dell’ufficio politico. Entra in scena, subito seguito dalla macchina da presa, col piglio autoritario che lo caratterizzerà per gran parte del film. Sale a casa della sua amante Augusta Terzi – una conturbante <strong>Florinda Bolkan</strong> – e la uccide durante un rapporto sessuale. Dissemina la scena del crimine di indizi e prove: lascia impronte dappertutto, in bagno, in cucina, in camera da letto, orme di scarpe insanguinate in tutta la casa, fa rinvenire un filo della sua cravatta sotto le unghie della vittima.</p>
<p>Il motivo: dimostrare di essere intoccabile e insospettabile. Il motivo più profondo, costituirsi per riaffermare il concetto di autorità e dimostrare che il sistema, in cui lui stesso crede, funziona e attestare il proprio compito di essere a guardia di una legge che si vuole immutabile, per difenderla da un uso della libertà che minaccia i poteri tradizionali e l’autorità costituita per rovesciare l’attuale ordine sociale. La repressione è il vaccino. Repressione è civiltà.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-10302" href="http://www.indie-blog.com/repressione-e-civilta-nelle-sale-il-capolavoro-di-petri-e-volonte/locandina-5/"><img class="alignnone size-medium wp-image-10302" title="locandina" src="http://www.indie-blog.com/wp-content/uploads/locandina3-209x300.jpg" alt="" width="209" height="300" /></a></p>
<p>Il ‘dottore’, che con un colpo di genio è lasciato senza nome, rimarrà in bilico tra desiderio di dimostrarsi insospettabile e ansia dostoevskiana di costituirsi; lui, uomo inquieto in una società che vede in profonda crisi, ha un solo mezzo di rivalsa nei confronti della ‘cortigiana dalla pelle di velluto di questa capitale del basso impero’ Augusta, prima pienamente sottomessa, ma che ora si prende gioco di lui, dell’istituzione, del suo infantilismo – anche a letto – e della sua incompetenza umana. Gli dice che è un bambino e questo non può accettarlo, lui, che diventa padre, modello inattaccabile, confessore e dio per chi è sottoposto ai suoi interrogatori. Inoltre, è geloso che Augusta abbia una relazione con Antonio Pace, giovane anarchico. Per tutto questo deve ucciderla.</p>
<p>Tante sarebbero le scene da ricordare: i monologhi di un viscerale Volonté, l’interrogatorio di Pace, i due finali – uno, grottesco, da figliol prodigo, con una paradossale confessione di innocenza, e l’altro che riporta alla più dura realtà. Troppi i particolari da analizzare: la gestualità frenetica di Volonté, i primissimi piani che accentuano le espressioni di occhi e labbra, l’impiego di una lingua dialettale-borbonica in uso in questura, l’attenzione ai dettagli soprattutto nell’alcova ‘dannunziana’ di Augusta, piena di libri e oggetti d’antiquariato; il ricorso sapiente al flashback per dipingere la relazione erotica morbosa tra il commissario e la vittima, l’uso sagace di continue espressione che contengono il verbo favorire in tutte le sue coniugazioni a palesare un sistema di rapporti clientelare; la cravatta azzurra che nel ’72 utilizzerà anche <a href="http://www.indie-blog.com/ventagli-frenzy-di-alfred-hitchcock/"><strong>Hitchcock</strong> </a>nel suo Frenzy, le musiche sincopate e incalzanti di <strong><a href="http://www.indie-blog.com/?s=ennio+morricone">Ennio Morricone</a></strong> che influenzeranno anche <strong>Kubrik</strong>.</p>
<p>Il film, che conta su soggetto e sceneggiatura di <strong>Ugo Pirro </strong>e dello stesso Petri, fu vietato ai minori di 16 anni e rischiò il sequestro alla sua uscita nel gennaio ’70, perché seguiva avvenimenti cruciali come la strage di <strong><a href="http://www.indie-blog.com/?s=piazza+fontana">Piazza Fontana</a></strong>, con successivo arresto dell’anarchico <strong>Valpreda</strong>, e la morte dell’anarchico <strong>Pinelli</strong> in commissariato. L’opera rappresenta la prima parte di una trilogia di cui fanno parte <em><strong>La Classe Operaia va in Paradiso</strong></em> e <em><strong>La Proprietà non è più un Furto</strong></em>, anch’essi risultato del sodalizio Petri-Pirro. Fotografia di <strong>Luigi Kuveiller</strong>. Prodotto da <strong>Vera Film</strong>.</p>
<p><a href="http://www.thespacecinema.it/portal/en/default/extra/indagine-su-un-cittadino-al-di-sopra-di-ogni-sospetto">Qui</a> l’elenco delle sale che proiettano il film</p>
<p>&nbsp;</p>


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		<title>Autopsia del Mio Demone, di Morena Oro</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Apr 2013 09:55:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia N.</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Autopsia del Mio Demone]]></category>
		<category><![CDATA[Morena Oro]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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		<description><![CDATA[“Non ho mai creduto di poter scrivere un libro. Mi sono sempre arresa al fatto che un libro MI scrivesse: sono il suo materiale organolettico, il mondo fuori è la mia carne da macello, io sono il mattatoio dove corpi, idee, situazioni, derive di esseri, collassi e collisioni di esistenze vengono a impattare, a esplodere, [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Non ho mai creduto di poter scrivere un libro. Mi sono sempre arresa al fatto che un libro MI scrivesse: sono il suo materiale organolettico, il mondo fuori è la mia carne da macello, io sono il mattatoio dove corpi, idee, situazioni, derive di esseri, collassi e collisioni di esistenze vengono a impattare, a esplodere, a finirmi. Un mattatoio che assorbe il sangue e si trasforma nel mausoleo parlante delle parti mancanti, amputate, sindoni mistiche dell’indicibile”.</em></p>
<p>Così, nei ringraziamenti finali, <strong>Morena Oro </strong>descrive il suo ruolo in queste pagine stampate che hanno preso forma suo malgrado.</p>
<p><em><strong>Autopsia del Mio Demone</strong></em> ha scritto LEI. E non viceversa. Proprio come la vita scrive ognuno di noi con i dolori non scelti, con gli incontri non voluti, con gli urti subiti. Le cicatrici di Morena hanno il colore nero dell’inchiostro, assomigliano a tatuaggi che le ricoprono non solo la pelle, ma anche gli organi interni.</p>
<p>Chi si aspetta del lirismo non potrebbe scegliere libro peggiore, perché questa è poesia viscerale, violenta, spietata. Non ci sono regole, come non ce ne sono nei rapporti umani, tantomeno nei rapporti con un Demone. Solo visioni di un immaginario crudo e furioso costellato di ossa, interiora e bambole mutilate.</p>
<p><em>“Non sono mai stata all’inferno </em></p>
<p><em>ma devo essere nata da fiamme urlanti</em></p>
<p><em> dentro ad un utero ritroso</em></p>
<p><em> che mi ha morsicato la schiena</em></p>
<p><em> lungamente prima di spingermi fuori”</em></p>
<p>Da qui inizia un viaggio ai limiti di sé, e anche oltre. Perché ci sono sentimenti che non sono affatto consolatori o romantici, ci sono sentimenti che diventano una vera e propria possessione e ti portano a scoprire gli estremi che sei capace di oltrepassare per far sì che il tuo Demone diventi il tuo Daimon.</p>
<p>Ma tutto questo lo troverete molto ben spiegato dalle parole di altri artisti che a Morena hanno prestato penna e pennello ad inizio e fine viaggio. Tutti concordi nel definire l’autrice di “strabordante potenza”, indipendentemente dall’argomento che decide di affrontare nelle pagine dei suoi libri, perché Morena si pone senza barriere verso l’esistenza e i suoi abitanti, a rischio di essere fastidiosa, distruttiva, deturpante.</p>
<p><em>“Non siate tiepidi! Siate ustione e mal di testa”</em></p>
<p>Forse uscirete ustionati o con l’emicrania dall’impatto con la Oro, ma non importa, perché comunque non ne uscirete indifferenti. Saranno forse pochi giorni quelli in cui riuscirete a farla permanere nella vostra vita prima di soccombere, ma va bene così perché comunque lei avrà lasciato il segno. E se avrete il coraggio di guardare da vicino, vi accorgerete che anche la vostra nuova cicatrice sarà diventata color inchiostro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Autopsia del Mio Demone, </em><strong>Simple Edizioni</strong> (2013).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>


<p>No related posts.</p>]]></content:encoded>
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