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Cinema

29 giugno 2012

Con un anno di ritardo arriva nelle sale italiane C’era una Volta in Anatolia, di Nuri Bilge Ceylan

anatolia2

Stranamente non è una trovata della distribuzione italiana questo titolo che strizza l’occhio a pellicole memorabili, parte integrante della storia del cinema. C’era una Volta in Anatolia è la traduzione esatta del titolo originale Bir zamanlar Anadolu’da, settima pellicola del regista turco Nuri Bilge Ceylan, semisconosciuto dalle nostre parti. Cannes lo ospita e lo premia da Uzak (2000), suo quarto lavoro, mentre in Italia è arrivato alle orecchie dei più (dei più…) solo nel 2008 con Le Tre Scimmie. Ovviamente C’era una Volta in Anatolia ha fatto un ingresso in sordina nelle nostre sale, eppure un anno fa, quando è uscito, si è aggiudicato al festival francese il Gran prix speciale della giuria. L’unica sala della città (quella col vulcano apparentemente calmo, avete presente) che proiettava il film era riccamente popolata da: due, tre persone interessate al titolo, qualche coppia di anziani vecchietti in cerca di aria condizionata, una coppia che si è fatta tre ore di sonno.

Tre macchine si fermano in mezzo al nulla. C’è un commissario, Neci (Ylmaz Erdogan) che si fa guidare da un uomo in manette di nome Kenan (Firat Tanis): stanno cercando qualcosa. Le macchine si fermano a più riprese, non si sa quale sia il luogo preciso e soprattutto l’oggetto della ricerca, sembra che il detenuto stia facendo girare tutti a vuoto. Il commissario inizia a spazientirsi, e il procuratore Nusret (Taner Bisrel) gli sta addosso; Cemal (Muhammet Uzuner), un dottore che fa parte della carovana, si intrattiene con il braccio destro del commissario. Dopo vane ricerche si fermano in un piccolo paese di provincia, ospitati dal sindaco nella sua terra (letteralmente): si rifocillano e bevono del te, tutti sono rapiti dalla bellezza della figlia del primo cittadino, e intanto il commissario sembra aver carpito a Kenan il luogo esatto dove cercare.

Dopo una decina di minuti chi ha un occhio allenato capisce che tutto il film andrà in una certa direzione, come d’altronde visto nelle altre opere: Nuri Bilge Ceylan tenta una narrazione alquanto inusuale, cercando di far combaciare quanto più possibile tempo della storia e tempo del racconto. Viene da pensare a Nodo alla Gola, dove Hitchcock con un gioco di prestigio aveva dato vita a una mega sequenza unica, ma qui parliamo di tutt’altro genere, siamo su un altro pianeta.

Il lungo viaggio di queste tre macchine sgangherate nella brullosa provincia anatolica lo seguiamo per intero: gli spostamenti, la pochissima azione, le ricerche, i silenzi, i lunghi dialoghi. Ci sono i tagli, ma nessun salto temporale. Un disvelamento al rallentatore ci porta solo molto avanti nella storia a capire quale sia l’oggetto di tanto girovagare, quale sia la terribile colpa di cui si è macchiato Kenan. E altre vicende, attraverso i dialoghi, si legano a quella principale.

Una verbosità copiosa non solo alimenta trame sotterranee, ma arricchisce la narrazione di tante sfumature ed elementi culturali che ci calano nel mondo dove il film è ambientato, sebbene lo spettatore veda per lo più steppa, privo di dati visivi per orientarsi. Una verbosità che ricorda nella sua funzionalità lo stile di Kechiche, oppure, al livello letterario, il prolisso e iper-ipotattico compatriota di Ceylan, Orhan Pamuk. I silenzi che fanno da contraltare al parlato sono riempiti solo dall’immagine, dai suoni di sottofondo; colonna sonora non pervenuta.

La fotografia enorme di Gökhan Tiryaki, che affianca il regista turco dalle tre pellicole precedenti, si sofferma sui volti profondi, scavando più di quanto faccia la parola, e su paesaggi bellissimi nella loro solitudine. Una ruralità quasi anacronistica, soprattutto quando si arriva nel villaggio del sindaco; non mancano gli accenni a questa arretratezza, che non è solo tecnologica come ricorda il procuratore al commissario, intimandogli di utilizzare metodi più ortodossi per convincere Kenan a parlare, ché l’Europa certi metodi non li accetta…

L’unità dei tempi, in prossimità dell’epilogo, si sfalda, quando il segreto viene svelato e tutti fanno ritorno alla cittadina dove il crimine è stato commesso: le strade dei viaggiatori si dividono, e seguiamo più da vicino solo il dottore, che avrà modo di rivedere il commissario, ma soprattutto il procuratore, portatore di un’altra, interessante, storia secondaria. La forza del racconto sembra disperdersi, eppure riemerge in un finale che cammina e va oltre la dissolvenza che chiude le immagini.

Scritto da Ceylan insieme a Ebru Ceylan e Ercan Kesal (pure co-autori de Le Tre Scimmie), C’era una Volta in Anatolia è un opera molto interessante, e per stile che per contenuti: portare lo spettatore in un viaggio che aderisce quasi interamente al tempo reale della narrazione (se non alla realtà stessa!), di 2 ore e 45 poi, è una richiesta ardita. Ma alla fine premia: la profondità impressionante dei personaggi, la naturalezza dei dialoghi che apparentemente non portano a nulla, il senso dell’esistenza che ogni singolo protagonista conserva con la sua storia. Si esce dalla sala con la certezza di aver scoperto un animale che sa tanto di letteratura alta, di quei romanzi che hanno scritto più di cento anni fa un pugno di scrittori russi.

 

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