Quando uno spettatore cine-televisivo medio pensa a Tinto Brass, nella migliore delle ipotesi lo associa in maniera esclusiva al cinema erotico (a volte come se fosse un demerito). Quasi nessuno sa però che c’è una parte della filmografia dell’autore veneto in cui l’eros ha un ruolo abbastanza marginale e in cui soprattutto c’è testimonianza di un incredibile talento cinematografico. Il suo primo film, Chi Lavora è Perduto, ne è probabilmente l’esempio più significativo.
Bonifacio è un giovane fresco di studi, inquieto e insoddisfatto, pronto ad essere assunto in una industria, ma il lavoro non lo alletta. Il giovane vaga per Venezia senza una meta, fantasticando su sogni anarchici, ripensando ai momenti della sua vita: ai suoi amici rinchiusi in manicomio e alla fine della relazione con una donna. Bonifacio cerca una via d’uscita che lo liberi da ogni forma di potere precostituito.
Nonostante una trama piuttosto priva di scollacciature, Brass ha diversi problemi con la censura. Il titolo, poiché ritenuto offensivo verso l’art.1 della Costituzione, viene cambiato in In Capo al Mondo. Le accuse di oltraggio al buon costume, ai valori morali e sociali sono tanto aspre quanto ingiustificate. Certo il regista si prende completamente scherno delle mode e degli ideali dell’Italia del “boom”, il suo protagonista non ne ha per nessuno: Chiesa, Stato, famiglia, istituzioni di ogni ordine e grado vengono prese di mira da un umorismo pungente e dissacrante.
I temi ribelli trovano corrispondenza in uno stile filmico totalmente libero; Brass ha una totale padronanza del mezzo e gioca a mischiare i materiali infrangendo ogni regola cinematografica. Il montaggio frammentato, il suono in asincrono, la sequenza del funerale in technicolor, le dissolvenze a iride, sono tutti elementi che attestano una ricerca stilistica mai scontata, rintracciabile anche nei film successivi. L’influenza della Nouvelle Vague è forte, non è un caso che in gioventù Brass trascorre un periodo di apprendistato alla Cinémathèque française, dove vive il fermento del nascente movimento cinematografico.
Girato con la partecipazione fondamentale di Franco Arcalli, Chi Lavora è Perduto è uno dei pochissimi film italiani a essere sulla stessa lunghezza d’onda della Nouvelle Vague.
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