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Musica

24 luglio 2011

Back to Black – Amy Winehouse – 2007

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Written by: Dino C.
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La notizia della morte di Amy Winehouse non è stata affatto una di quelle che ti coglie di sorpresa e che, anche se solo per un paio di secondi, ti lascia interdetto. Più che altro il pensiero è andato  al fastidio per le prevedibili prediche e alle sicure impennate commerciali dei suoi dischi. Come accade sempre in questi casi “è morto il re, viva il re”, così anche noi abbiamo deciso di accodarci al cori di necrologi, recensioni, commenti, dediche, ricordi e via discorrendo

Con Amy Winehouse il già povero panorama musicale attuale perde una voce che, maestosa, graffiante e stridula, sapeva essere allo stesso tempo dolce e rabbiosa. Nella sua incredibile furia autodistruttiva è riuscita a conquistare il pubblico malgrado depressione, bulimia, droga e alcol con canzoni che arrivano al pubblico in maniera semplice e diretta.

Affacciatasi per la prima volta sulle scene mondiali con Frank, album di debutto del 2003, l’inconfondibile voce, incattivita da alcol e fumo, e la caratteristica cofana hanno fatto sprecare i paragoni con Macy Gray Aretha Franklin fino a raggiungere la consacrazione con Back To Black nel 2006. Il suo secondo e ultimo disco non è solo commerciale e radiofonico, ma rielabora e ripropone lo sconfinato mondo della Black music anni ’50 e ’60, facendo di lei l’erede bianca della tradizione che va da Dusty SpringfieldNina Simone, da Ella Fitzgerald alle Supremes.









Le undici canzoni del disco, tutte perfettamente arrangiate, mostrano le sue grandi doti compositive e l’incredibile padronanza di soul, R & B, jazz e swing. Attraverso le melodie ed i cori, Amy Winehouse racconta in maniera ironica e sofferta amori difficili, amicizia e problemi personali. Pezzi come Back To Black (in cui celebra il funerale del suo cuore), Tears Dry On Their Own (elaborazione di Ain’t No Mountain High Enough), You Know I’m No Good (bellissima fusion di R&B e hip hop), Love Is A Losing Game (testo studiato all’università di Cambridge insieme agli scritti di Walter Raleigh), il reggae di  Just Friends, le atmosfere motown di Me & Mr. Jones e Some Unholy War e le dissacranti Addicted e Rehab, in cui rende omaggio ai propri vizi raccontano di un’artista in lotta con se stessa e dalle mille sfaccettature che tuttora influenza l’intera generazione di voci femminili che calca le scene. Da Duffy ad Adele (solo per citarne alcune), tutte le devono parte del loro successo.

Sfacciata e sprezzante di tutto e tutti, l’artista è stata fagocitata dal Personaggio. Sempre eccessiva e, nella peggior maniera possibile sempre autentica, è stata distrutta dalle sue debolezze.

“Meglio bruciare che estinguersi lentamente” diceva Kurt Cobain, altro grande cantante che ha condiviso lo stesso destino, ma non c’è niente di romantico nell’autodistruzione e nella morte di un’artista di soli 27 anni. Anzi, a lui, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin e in ultimo ad Amy Winehouse può imputarsi lo sbaglio più grande che si possa fare: uccidere il proprio talento. Nonostante i soli due album e, a differenza dei suoi giovani illustri coetanei di sventura, un Olimpo musicale tutto da scalare, le sue disavventure hanno quasi sempre sovrastato la musica. Ubriaca da non reggersi in piedi sul palco, come avvenuto il mese scorso a Belgrado, vittima dei paparazzi che senza alcuno scrupolo la fotografavano nuda sul balcone inebetita dalla droga, incurante di un padre che implorava i fan di non comprare i dischi della figlia per evitare di finanziare i suoi bagordi, Amy Winehouse ha voluto perdere la battaglia con i suoi demoni che in quel “They tried to make go to Rehab but I said no no no” celebrano il loro beffardo trionfo. Nella sua dissolutezza, la cantante londinese diventa così anche il simbolo di una generazione che da oggi ha il suo maledetto punto di riferimento senza dover per forza guardare a 40 anni fa.

Poteva avere tutto ma forse non cercava niente; speriamo trovi la pace con se stessa.

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