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11 maggio 2013

Anni 70, anni di sogno e lotta… armata: intervista al prof. Sergio Moccia

p38

“Per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti”. Così De André riprendeva con La Canzone del Maggio coloro che chiudevano le finestre alla strada, scenario di violenti scontri, testimonianza di una volontà che intendeva affermare un’umanità nuova. Oggi possiamo ammonire con gli stessi versi chi non vuole fare i conti con quegli anni, che hanno lasciato un segno indelebile, visibile tuttora nelle esperienze politiche odierne. “Gli anni della lotta armata. Cronologia di una rivoluzione mancata” (editore Bietti), non è un commento o una critica storica di quel periodo, troppe volte accantonato perché scomodo, latore di dubbi che si preferisce evitare. Il testo è una cronistoria dei principali fatti politici accaduti dalla fine degli anni 60 fino ad oggi, arricchita da alcuni documenti nei passaggi fondamentali; anni spesso “riscritti”, dietrologia inevitabile, dal momento che la storia è sempre quella dei vincitori e mai dei vinti.

Dell’autore, Davide Steccanella, sono presenti solo due commenti. Il primo è nel sottotitolo “cronologia di una rivoluzione mancata”, e sgombra il campo da sterili teorie che definiscono gli autori di quelle esperienze armate come folli che non sapevano quel che facevano. Dal racconto di quegli anni si ha la percezione di un conflitto reale. A tal proposito è collegato il secondo giudizio, contenuto nella premessa contenente una citazione di Erri De Luca, “qualcuno sconta il novecento anche per me”: il conflitto appare esteso e partecipato, quelle polarizzazioni di forze e di pensiero coinvolsero tutti, pagarono coloro che partendo dalle stessi matrici ideologiche cercarono di abbreviare i termini di una “guerra”, riprendendo le parole dell’On. La Malfa. Così Steccanella riesce sicuramente nell’intento di informare il lettore, soprattutto colui che non ha vissuto quegli anni, lasciandogli una serie di domande. Un passo fondamentale per chi cerca una memoria storica anteponendo ancora l’obiettivo di cambiare lo stato di cose presenti.

Ma c”è anche chi può fornire delle risposte: non è stato il mio professore di diritto penale, ma lo conobbi  tramite i racconti di cari amici che seguivano il suo corso. Loris mi consigliò di leggere un suo libro “Il diritto tra essere e valore”  sicuro che mi sarebbe piaciuto. Ebbe ragione, lessi quel libro e ne rimasi affascinato. Lo seguii ancora nelle conferenze cui prendeva parte: mi piacque la sua critica al carcere, agli  OPG (ospedali psichiatrici giudiziari). Mentre leggevo questo libro mi venne in mente di chiedergli se avesse avuto voglia di parlarmi di quest’argomento. Sicuramente un suo contributo avrebbe chiarito ancor di più quel periodo, che somiglia molto ad una matassa di fili ingarbugliata. Con la disponibilità che lo contraddistingue mi rispose: “Se non le dispiace, può tornare lunedì prossimo ? E’ un argomento lontano ma a me molto vicino. Vorrei pensarci in questi giorni”. Ecco la discussione che ebbi con Il Prof. Sergio Moccia, ordinario di diritto penale alla Federico II.

Prof. come venne accolta a Napoli la visione delle prime lotte sul finire degli anni 60’. Che aria tirava?

Le strade erano due. Da una parte c’era il movimento studentesco, fortemente ideologizzato e diversificato, con la presenza di componenti cattoliche: si caratterizzava per una forte riflessione teorica sui rapporti di forza, attraverso seminari sulle analisi marxiane; si leggeva Marcuse “Reason & revolution”, gli scritti di Rosa Luxemburg. Gli strumenti di critica al presente si rafforzavano, di pari passo con la pia illusione secondo la quale bastava una spallata per buttare giù il sistema marcio. C’era molto velleitarismo.

Sull’altro fronte, la teorizzazione della violenza non c’era ancora. Violenti erano solo gli scontri con la polizia, ma tali manifestazioni rimanevano tutto sommato all’interno dell’articolo 21 della Costituzione.

Lo stupore nasceva per la mancata abitudine a questa mobilitazione studentesca, che era continua. I rapporti con la classe operaia non si ebbero da subito. Inizialmente gli studenti non erano presi in considerazione, anche a causa di un forte controllo sindacale; CGIL e FIOM venivano fuori da online casino una grande vittoria, quella del ’69: il contratto dei metalmeccanici che rappresentò una svolta di civiltà immensa. Ma i più giovani tra gli operai cominciavano a subire il fascino del discorso ideologico, di quello paritario con soggetti di classi contrapposte. All’interno del movimento studentesco c’era anche chi seguiva un andazzo, molto gratificante, di contrapposizione ai genitori e alle figure allora dominanti nella società. Basta pensare ai film degli anni 50, non ci sono ragazzi o giovani tra i protagonisti. Il giovane aveva una funzione marginale, e questo si rifletteva ovviamente nei rapporti familiari. L’onda di cambiamento serviva a demolire anche questa posizione in subordine.

Mi viene da sorridere: anni fa denunciavamo uno stato di precarietà e miseria. E oggi allora? Dovrebbe rinascere con forza decuplicata una voglia di cambiamento. Ma è pure vero che prima non esisteva tutta questa morfina televisiva, il consumismo sfrenato ecc..

A tal proposito mi viene in mente Foucault, con l’analisi di tutti quei meccanismi potenziali e cinetici con cui il potere conserva se stesso. Secondo lei come è possibile combatterli, riportando l’uomo al centro della sua esistenza?








Penso sia un problema culturale ancora per poco. Prima si guardava a un modello sociale egualitario, di affermazione dei diritti fondamentali dell’uomo, di superamento dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nel frattempo arrivarono le prime crepe da quelle esperienze di socialismo di stato che furono definite sbrigativamente fascismo di stato. C’era dunque l’ipostatizzazione di una palingenesi, ma il tutto veniva discusso e vissuto politicamente da un crogiolo abbastanza composito: c’erano i troskisti con la rivoluzione permanente, componenti anarco-sindacali, gli ortodossi marxisti ecc.. Oggi il modello culturale di riferimento è profondamente cambiato, si è fatta passare la morte del “comunismo reale” come la morte di tutte le ideologie. Ma se uno muore, qualcun altro sopravvive, se uno uccide qualcun altro resta. Il vincitore è un modello profondamente individualizzato che offre finte strade semplici al successo e all’emancipazione. Penso a quegli episodi ridicoli del grande fratello, dove alla fine effettivamente uno sembra vincere, realizzarsi, guadagnare. Uno solo. Prima la vittoria era pensata solo se era condivisa con tutti, si vinceva insieme. Ecco cosa è cambiato, la perdita della solidarietà, dell’indignazione, dell’unione osmotica tra individui. Prima l’indignazione aveva un carattere potenziale, tutto sommato si viveva bene, per questo penso al paradosso attuale.

Allora forse c’era un po’ di fuga in avanti nell’immaginare una realtà  di gran lunga deteriore che comunque guardava ai bisogni primari. Quei bisogni che guidarono l’analisi di Marx ed Engels. Oggi il reale somiglia più del ‘68 alla miseria descritta nelle analisi marxiane. Una volta superati quegli ammortizzatori naturali, familiari, nonni e padri, vi saranno generazioni che avranno fame.
Penseranno all’ideologia? Forse, sicuramente penseranno a mangiare. Questo è un doppio rischio. L’ideologia potrebbe incanalare queste forze reattive, nascenti dalla verità perché fondate sul bisogno. Se non mangio, se non ho un tetto, potrei essere disposto a qualunque cosa. Pensi alla Germania hitleriana. Invece, pur mancando una cultura dello stato sociale di diritto, le associazioni, e forme di solidarietà, di mediazioni, posso offrire alternative, anche se non possono – cosa invece spero si realizzi – di portare una presa di posizione forte, un ideologia che si ponga in contrasto con lo stato di cose attuale.

In fondo l’ideologia non è una parolaccia! Nascono alla fine del ‘700 come piani programmatici per la risoluzione di problemi attuali: organizzare una vita secondo determinati principi.

Affermare la morte delle ideologie, secondo me significa assecondare ideologie non presentabili, come quelle che in sostanza abbiamo adesso: “Calpestiamo i diritti dell’uomo, mettiamo al centro il consumatore, il profitto, sfruttiamo l’ansia giovanile con contratti a tempo”. Ma ciò non è possibile palesarlo, si verificherebbe un effetto boomerang. Allora cosa si fa? Si squalifica il discorso ideologico.
Forse prima se ne faceva troppa di ideologia, e non era male devo dire. È chiaro nel momento in cui venne meno il consenso degli interlocutori naturali nella classe operaia, con il contratto del ’69, la strada che si intraprese fu quella di ergersi a punte della rivoluzione, riprendendo qualcosa dal sapore illuministico: “Ve lo insegniamo noi, colpiamo il cuore dello stato, questo stato che voi non guardate nel suo ruolo reale “.

Pensavo come questo determinò in concreto il reale distacco del marxismo dal materialismo storico, che in realtà afferma a gran voce la rivoluzione non come discorso pedagogico ma quale discorso di stomaci vuoti.

Questo l’ho sempre pensato. Anche se sono un profondo ammiratore dell’illuminismo, questo è il difetto illuministico.
Francesco Mario Pagani e gli altri pagarono il costo di non aver conosciuto né Marx né la sociologia. Nella costituzione della Repubblica partenopea – che era spettacolare, meglio della repubblica francese – c’era una riflessione che partiva da Filangieri, l’abolizione del feudalesimo ecc.. Ebbene non fecero i conti con il fatto che le condizioni di un cambiamento radiale devono maturare socialmente e collettiviamente; o riprendendo Marcuse, ma ciò può valere per una società molto evoluta, la rivoluzione parte da dentro e allora non si sparerebbe neanche un colpo; se matura questa idea nelle nostre coscienze comincia una rivoluzione progressiva. Ma ciò non avvenne per loro e forse non arriverà per noi.
Furono giustiziati dalle truppe del cardinale Ruffo, iper-reazionario, che al popolino  diceva: “Questi negano Cristo” . Effettivamente negavano Cristo ma come religione che opprimeva con il solito trucco teocratico. Furono battuti proprio dai loro interlocutori principali.
Ecco il parallelo: la scelta della lotta armata aveva come giustificazione teorica la volontà di educare coloro che pativano lo sfruttamento. Questo fu il distacco, la perdita di lucidità. Diventa difficile riuscire poi a seguire un piano laddove la prassi rivoluzionaria vuole un susseguirsi di successi… l’utopia è un movimento dinamico progressivo, man mano che ti avvicini raggiungi la meta, non man mano che ti allontani. Ma di giusto c’era una profonda riflessione critica al conformismo, all’autoritarismo; esigenze di liberazioni forti del rispetto dei diritti di tutti; anche se non si usava questo termine.
La parità nelle scuole, nelle fabbriche, non esisteva. Ancora una volta ci aiutano i film: tutti cinquantenni accasati, le ragazze non le potevi neanche guardare …

Mia madre diceva che l’unico contatto era il ballo.

Assolutamente, era l’unica occasione; e se riuscivi ad avere un appuntamento con una ragazza, poverina, tu eri un galletto, e lei una puttanella.

Patriarcato.

Totale. Per questo ci furono tanti effetti indotti anche sul piano musicale. Si pensi ai Beatles, a Bob Dylan, alla letteratura con Kerouac,  alla scoperta di Kavafis in poesia. Diciamo che il progetto politico è stato fallimentare, inteso ovviamente in senso stretto: cambiare, mandare a casa, ricostruire. Ma in compenso vi è stata una grossa crescita culturale, come affermazione di diritti dell’uomo, internazionalizzazione di categorie. E non era un caso perché ci si incontrava tutti ovunque si andasse. Ricordo un viaggio in Danimarca: incontravamo ragazzi francesi, tedeschi, inglesi e americani mi accorsi che parlavamo la stessa lingua.

Un”intervista a cura di Luigi Romano. Continua…

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